Ritorniamo per un attimo al 58esimo Premio Paganini del 2025, vinto da un violinista cinese, il diciassettenne Aozhe Zhang, primo di una terna di finalisti interamente orientale, e dotato di uno strumento moderno non di altissima qualità.
Ma passando oltre al dato spicciolo, possiamo rilevare come Il Premio Paganini continui a proclamarsi custode della grande tradizione liutaria – incarnata nel simbolo del concorso, il celebre Cannone del 1743 – ma nei fatti fatica a confrontarsi con la modernità che avanza.
La tensione tra il mito di Stradivari e l’attuale realtà globalizzata è evidente: strumenti storici da un lato, e dall’altro scuole asiatiche sempre più dominanti, capaci di garantire livelli tecnici altissimi indipendentemente dal violino utilizzato.
Il risultato è un concorso sospeso tra un’identità storica fortissima e un presente globalizzato: un luogo dove i talenti del mondo intero si misurano con un repertorio scritto per strumenti del Settecento, ma interpretato con la sensibilità del XXI secolo: metodica, competitiva, spesso distante dal modello europeo.
Il Paganini diventa così non solamente una competizione, ma un osservatorio privilegiato sul futuro del violino, un dialogo continuo tra la voce dei grandi maestri liutai e le nuove vie della modernità.
Barbara Tartari e Giovanni Conti ne parlano oggi con la brillante e raffinata violinista Francesca Dego, vincitrice nel 2008 del Premio speciale Costa come finalista più giovane del concorso Paganini, e con il maestro liutaio locarnese Christian Guidetti, figlio dell’antica tradizione cremonese.
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