Foto-gallery: Who Trio
Trio Special
WHO TRIO
Michel Wintsch pianoforte e tastiere
Gerry Hemingway batteria
Bänz Oester contrabbasso
Una collaborazione Associazione Jazzy Jams - RSI Rete Due
Diretta radiofonica su RSI Rete Due
Uno dei campi più aperti del jazz sviluppatosi nel XXI secolo riguarda la formula di quello che una volta si chiamava “trio pianistico”: pianoforte, contrabbasso e batteria. La combinazione dei tre strumenti è relativamente giovane, nasce negli anni del bebop, grazie al sublime pianista Bud Powell che ha l’idea di rendere indipendente la sezione ritmica tipica di quella rivoluzione stilistica. Proprio dai rapporti di forza strumentali esplorati all’epoca nasce il termine di “piano trio”, non certo “bass trio” o “drums trio”. E a lungo gli sviluppi della formula crescono all’interno di quel peculiare equilibrio, o squilibrio che dir si voglia. Il formidabile interplay creato alla fine degli anni Cinquanta da Bill Evans con Scott LaFaro e Paul Motian, le nuove triangolazioni nate nei primi anni Ottanta con lo Standard Trio (Keith Jarrett, Gary Peacock, Jack DeJohnette) sono aggiustamenti “democratici” dell’idea powelliana, e non a caso vengono rubricati sotto il nome dei rispettivi pianisti.
Ma nella nuova scena del jazz internazionale, al fianco di sviluppi originali della formula che privilegia il pianoforte (pur sempre interessanti, come dimostra questa stessa stagione di Tra Jazz e Nuove Musiche), si è ormai consolidata una visione ben diversa di quest’organico, ottimamente rappresentata dal Who Trio. Il nome del gruppo (che naturalmente strizza l’occhio con ironia al leggendario gruppo rock) è un acronimo dei fondatori: Michel Wintsch proveniente da Ginevra, Gerry Hemingway nato a New York ma da anni residente a Lucerna, Bänz Oester originario di Berna. Una realtà tutta elvetica, dunque, benché illuminata dallo statunitense reso celebre dalla militanza con Anthony Braxton negli anni Ottanta.
Ma attenzione: nel trio non c’è alcuna “star”, le logiche musicali procedono da una costante conversazione che sorge da spunti proposti pariteticamente dai tre protagonisti. L’orecchio dell’ascoltatore inizialmente ne è spiazzato: come in un quadro astratto, non c’è più un punto di riferimento privilegiato attorno al quale collocare gli oggetti sonori che nascono dal gruppo. Ma quando si abitua alle nuove prospettive, è un piacere immergersi nelle meraviglie informali di questo “nuovo” jazz che in quindici anni ha dato vita a sei dischi, l’ultimo dei quali è il recente doppio album Zoo.
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