Capita sempre più frequentemente che i servizi segreti interni russi mettano un bavaglio ad Internet e alla piattaforma Telegram, molto popolare in tutta la Russia, in particolare nelle grandi città, considerate tra le più interconnesse al mondo. Un bavaglio digitale che si abbatte sulla società civile e che il Cremlino giustifica con ragioni legate alla sicurezza e alla difesa nazionale. Motivazioni che non bastano a fermare un’ondata di malcontento, anche tra chi finora si è sempre schierato a fianco di Putin e a sostegno di quella che ufficialmente viene ancora chiamata “operazione militare speciale” contro l’Ucraina. E così dall’inizio di questa guerra, ormai più di quattro anni fa, il potere di Putin sembra attraversare una fase di oggettiva difficoltà, proprio a causa di questa opposizione interna e anche delle notizie che arrivano dal fronte, dove, e lo dicono persino alcuni blogger russi un tempo vicini a Putin, scarseggiano i soldati. A tal punto che il regime, spesso con l’inganno, va a reclutarli sempre di più in Paesi lontani, in Asia e in Africa. Giovani del tutto ignari di quello che li aspetta e destinati a morte praticamente certa.
Anche di questo parliamo con:
Anna Zafesova, giornalista de la Stampa di origini russe
Ulrich Schmid, professore di studi sull’Europa orientale all’università di San Gallo
Luciano Pollichieni, analista geo-politico, esperto di questioni africane
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