Il costume integrale lascia solo viso, mani e piedi scoperti (reuters)

Burkini no, bikini sì: a Locarno acque agitate sui… costumi

Con Antonio Bolzani

  • Stampa
  • Condividi
  • a A
 

Proibire il burkini nelle aree balneabili di Locarno, ossia al Lido, al Bagno pubblico e sulle rive e sulle spiagge pubbliche del fiume Maggia e del Lago Maggiore? Se ne discuterà prossimamente nel Consiglio comunale della città sul Verbano in un dibattito che si preannuncia infuocato visto il tema delicato e spinoso e considerato che, secondo i contrari, il burkini è, tra l’altro, dal profilo giuridico e fattuale la versione balneare del burka.

Tutto è iniziato nel 2017 con una mozione ed ora si è arrivati a due rapporti. Quello di maggioranza contiene 18 pagine ed altre 17 pagine di allegati, un documento che affronta la questione dal punto di vista storico, etico, giuridico, con uno sguardo anche alla situazione internazionale. A questo rapporto, si contrappone uno di minoranza nel quale si replica, punto per punto, agli argomenti di chi sostiene che il burkini sia un’ostentazione dell’appartenenza religiosa e che le donne che lo indossano non lo fanno per libera scelta ma per imposizione.

Inoltre, secondo i firmatari del rapporto di maggioranza, il burkini non risponderebbe alle norme di laicità, igiene e buoncostume e, in particolare, sarebbe contro il principio di adattamento agli usi e ai costumi locali. Appellandosi ancora ai diritti delle donne, secondo i mozionanti tale indumento “ideologico, fondamentalista, retrogrado e barbaro e incompatibile con i valori fondamentali della Svizzera” non rispecchierebbe una scelta libera, ma una schiavitù volontaria.

Intanto, proprio ieri su “La Regione”, l'avvocato Niccolò Salvioni, municipale locarnese dimissionario e capo del Dicastero Sicurezza, Genio civile e Acqua potabile, ha dichiarato che “il Comune di Locarno non può decidere autonomamente di sanzionare l'uso del burkini mediante una disposizione che preveda la contravvenzione nei confronti di coloro che portano in pubblico tale costume, non rappresentando questo indumento neppure un problema di ordine pubblico. Un suo divieto non è inoltre giustificato dai valori costituzionali liberali alla base della Confederazione, né della Repubblica del Cantone Ticino”.

Sono insomma diverse le chiavi di lettura che si nascondono dietro a questa proposta di proibizione, in primis la paura della diffusione dell’integralismo islamico in Svizzera e in Europa, così come sono parecchi i motivi di chi promuove e difende la libertà personale di vestirsi come si vuole, condannando nel contempo chi, tramite questi atti parlamentari, fomenta l’islamofobia.

Nella puntata odierna si confrontano Rosanna Camponovo e Marco Bosshardt.
In apertura ci colleghiamo con il professor Renzo Guolo, docente universitario di sociologia delle religioni e sociologia dell'islam e collaboratore del quotidiano “La Repubblica”.