Dall'inviato a San Paolo Armando Ceroni
Chiamale sei vuoi emozioni. È il verso di una canzone di Lucio Battisti che mi frulla in testa e mi sale dal profondo dell'anima. Le emozioni che mai ho provato per una partita di calcio. La Partita. Ottavi di finale di un Mondiale contro l'Argentina. Tra le squadre più titolate della storia. Capitanata da Leo Messi che, alla pari di Pelè e Maradona, è già entrato nella piccola grande storia del calcio.
Eppure vicinissima a scrivere una pagina di storia indimenticabile è stata la Svizzera. Bella da morire. Capace di imbrigliare chi doveva essere il più forte e che di fatto non lo è stato. Capace di fare meraviglie, anche di soffrire, di lottare e deliziare i tifosi brasiliani con giocate da brasiliani.
Questa è la Svizzera nouvelle vague. Consapevole dei propri limiti, ma anche delle sue forze. Convinta di giocarsela ai calci di rigore se non che il destino ha voluto diversamente. Prima, minuto 118, l'errore di Lichsteiner, punito dal gol di Di Maria. Poi, minuto 121, in un finale che mai dimenticherò, il palo di Dzemaili. Il Palo de Dios, che salva l'Argentina e ti lacera dentro. Maledetta splendida partita che tutto dai e niente lasci. Se non le lacrime, anche di Ottmar Hitzfeld, che ora lascia ad altri l'incarico di plasmare una generazione di fenomeni che oggi piange, ma che domani riderà.







