Dall'inviato in Brasile Omar Gargantini
Se c’è una cosa inutile è la finale del terzo posto. Tanto anche se la vinci resta la finale dei perdenti. All’Europeo l’hanno eliminata da un po’. Nel tennis non esiste. Nei playoff di tutti gli sport nemmeno. Ci sarà un motivo. Inutile, appunto. Anzi di più: fastidiosa e mortificante. Non interessa a nessuno: men che meno a chi ha annusato il profumo della gloria e del trionfo ma ha fallito l'obiettivo della finale “vera”.
L’Olanda c’arriva svuotata nel serbatoio dalle due sfide-maratona andate ad oltranza. Prima contro la Costa Rica, poi al cospetto dell’Argentina: in entrambi i casi 120 minuti e poi i rigori. A parte il terzo portiere, come solo Colombia e Spagna hanno fatto finora, Van Gaal ha utilizzato finora 22 dei 23 selezionati. Si confronterà verosimilmente con la vecchia guardia, quella che dopo il mondiale saluterà. Vedrà se negli occhi dei Robben e dei Van Persie, degli Sneijder e dei Kuyt ci sarà ancora qualche scintilla: sennò dentro i giovani. Tanto in Olanda è una piacevole abitudine: non per nulla qui in Brasile il vivaio più rappresentato è quello del Feyenoord. Oranje, appunto.
L’Olanda è stanca, ma il Brasile sta messo peggio. Molto peggio. Quella di Belo Horizonte è stata una mattanza. Un supplizio. Una vergogna. Gli eroi del paese incarnano ora l’emblema del disonore: fischiati fino al limite del disprezzo. Vorrebbero scappare. Nascondersi. Sparire. Uscire dall’incubo. E invece gli tocca la finale del terzo posto. Ecco, ora abbiamo capito a cosa serve: serve ai brasiliani per iniziare a espiare le proprie colpe. Esposti al pubblico ludibrio. Prima volta di un cammino lungo, doloroso, forse infinito. Il povero Barbosa, il portiere del Maracanazo, non c’è più: altrimenti avrebbe potuto prendere il posto della psicologa in ritiro perché lui li avrebbe potuti capire. Meglio di chiunque altro.


