dall'inviato a Fortaleza Omar Gargantini
Negli ottavi solo la Colombia non ha di fatto sofferto per andare avanti. È una squadra che sta letteralmente volando. Gioca, si diverte e si gode il classico "crac" come ce ne sono in ogni mondiale. James Rodriguez, ovvio. Su tutti gli altri campi invece equilibrio, incertezza e pathos. Supplementari e rigori. Emozioni e lacrime: di gioia e di disperazione. È stato un bel torneo finora: con reti, tante reti e ribaltoni, parecchi ribaltoni. Qualche sorpresa clamorosa nella prima fase, tante altre solo sfiorate con l’inizio dell’eliminazione diretta.
Cile e Algeria, Messico e Svizzera, ma anche Nigeria si sono illuse di poter scrivere una pagina di storia. Hanno reso fieri i loro tifosi, ma quando arrivano simili occasioni non devi solo essere bravo a metter paura a chi ha l'abitudine di vincere: devi batterlo. Perché altrimenti rimarrà un fisiologico complesso d'inferiorità e quel sottile, cinico ma reale confine che separa le migliori dalle altre non verrà mai smussato.
Adesso sono rimaste in 8, siamo davvero nella fase cruciale. Il Brasile ha vissuto come una sorta di liberazione il successo sul Cile ai rigori, ma il difficile sta per arrivare, mica è stato lasciato alle spalle. La Colombia sembra un'onda impetuosa come se ne ammirano qui a Fortaleza a Praia do futuro, dove i turisti si rilassano gustando caipirinha e aragoste appena pescate. Ed è proprio qui, dove splende il sole 300 giorni all’anno, che si giocherà il quarto emotivamente più coinvolgente. Fortaleza cuore della nazione. Una nazione che questo Mondiale l’ha accolto con qualche legittimo mugugno, perché d’accordo gli stadi nuovi e la magia del pallone, ma restano trasporti pubblici inesistenti, scuole precarie e diseguaglianze sociali enormi: giorno dopo giorno però lo sta amando sempre di più. Come in una bolla artificiale, perché è troppo bello far finta che tutto il resto non conti. Almeno fino al 13 luglio, se possibile.







