Gemellati da una serie di circostanze geografiche, cronologiche, e anche culturali indubbiamente, Claude Debussy e Maurice Ravel si accomunano e si differenziano in modi così intrecciati, sottili e contraddittori che da sempre la sfida critica è appunto sbrogliare questo groviglio.
Una cosa che decisamente li separa e anzi li contrappone è la intramontabile vexata quaestio (vexata anche per molti altri autori) dell’umorismo in musica.
Tagliando col machete, diciamo Debussy totalmente allergico e Ravel invece molto intrigato. Abilissimo nel distillare comicità sempre sottile dal connubio di parole e musica.
L’heure Espagnole è quasi il paradigma di questa sua dote. Ravel scrisse la partitura, anzi lo spartito canto e piano nel 1907, dopo essersi divertito un mondo con la commedia omonima di Franc-Nohain, una pochade che sulla scena risultava piuttosto osé. Ma a parte Franc-Nohain, quello era anche il momento della Rhapsodie espagnole e delle Histoires Naturelles, accolte queste ultime dalle risate a crepapelle del pubblico e che invece mandarono in bestia Debussy. Histoires Naturelles che, al di là del caricaturale alla Jules Renard, sperimentavano anche quel declamato il cui pioniere era stato Musorgski e che Ravel applicò proprio nelle due opere L’Heure espagnole e L’enfant et les sortilèges.
Non la si incontra spesso nei teatri italiani questa delizia raveliana, per cui le due rappresentazioni date al Teatro Ariosto di Reggio Emilia erano un’occasione da non perdere, corredata anche dalla prima esecuzione assoluta, in forma di prologo - garbato e ben congegnato - di Raveliana, un melologo commissionato a Mauro Montalbetti, compositore da sempre innamorato di Ravel. L’appuntamento era reso ancora più goloso e insieme rischioso, dal fatto che l’opera era eseguita nella trascrizione per orchestra da camera, realizzata da Gabriel Grovlez, che fu compagno di studi di Ravel. Rischio scongiurato e, anzi, un applauso anche al trascrittore.
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