Uscito il 29 maggio 2026 – con qualche anticipazione per il pubblico (due tracce) e per la critica (un ascolto volante di tutto l’album) – The Boys of Dungeon Lane probabilmente detiene il primato delle notizie e delle recensioni nell’ultima decina di giorni. Questo non ci esonera dalla responsabilità e dal gusto di aggiungere qualcosa, ma allo stesso tempo offre la possibilità di sentire quali sono gli interessi, la sensibilità, la competenza della critica popular. Il titolo e i testi di alcune canzoni suggeriscono un’interpretazione in termini di nostalgia, o comunque di ricordo dei tempi in cui Paul, John, George e Ringo non erano ancora i Fab Four, a Liverpool. I tempi, secondo un aneddoto attribuito allo stesso Paul McCartney, in cui si poteva attraversare la città in autobus per andare da qualcuno che sapeva come si faceva l’accordo di Si settima (quello con il Si sulla corda vuota, perché i barré all’epoca e con quelle corde erano così duri da fare). Immagini di Liverpool, sì, accenni alle sue strade e ai suoi sobborghi, compreso Speke, quello dove abitava Paul da ragazzo e dove sorge l’aeroporto della città, intitolato (dal 2001) a John Lennon. Nessuno che se ne sia ricordato, forse per delicatezza nei confronti di Paul. Come quasi nessuno, incredibilmente, ha accennato il fatto che il progetto di un album interamente dedicato a Liverpool era stato già concepito nel 1966; John e Paul avevano composto e registrato due delle canzoni più famose della storia dei Beatles, Strawberry Fields Forever e Penny Lane, che dovevano costituire il perno di quell’lp, ma all’inizio del 1967 la Capitol (la casa discografica che ora pubblica questo album di Paul, e che all’epoca pubblicava i dischi dei Beatles negli USA) obbligò i Beatles a fornire i master per un singolo, perché non usciva nulla dei Beatles da sei mesi. Uscì allora il 45 giri con quei due pezzi, e così addio al progetto su Liverpool per l’album. Sarebbe diventato Sgt. Pepper’s. Tra tutti i critici che abbiamo letto, solo Alexis Petridis del Guardian se ne è ricordato, quasi suggerendo, comunque, che si tratta di una storia inventata (ma è documentatissima, dai Beatles, dai loro collaboratori, dagli storici “ufficiali” del gruppo). Poi si può dire che il contributo di Paul, Penny Lane, fosse un ritratto, molto fresco, del presente (di allora): non aveva il tono di chi guarda indietro. Altri ricordi. All’inizio del 1962, quindi poco prima dell’esplosione dei Beatles, Dick Rowe, un funzionario della Decca, aveva respinto un loro provino (e un possibile contratto) dicendo che «i gruppi con chitarre stanno andando fuori moda». Poi si rifece della magra, scritturando quasi tutti gli altri gruppi della British Invasion. Bene, se c’è un aspetto musicale che emerge con tutta evidenza dall’ascolto di The Boys of Dungeon Lane è che Paul (e anche il suo co-produttore Andrew Watt) è uno dei pochi musicisti rimasti capace di usare “davvero” le chitarre, con tutte le loro varietà di suoni e di contributi determinanti alle strutture delle canzoni. Non per stupire (chi?) con le svise indiavolate degli shredder, ma per costruire, per alternarsi alle voci, per sottolineare, per cantare. Paul fu costretto a diventare il bassista dei Beatles, ma le sue chitarre (come il suo basso melodizzante) sono state una delle cifre stilistiche più importanti del gruppo, e qui le ritroviamo. La voce, qualche volta, porta i segni dell’età (in modo discreto, tenero), le chitarre no. Non dovevano passare di moda?
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