Arundhati Roy (Keystone)

I grandi romanzi anglo-indiani: Arundhati Roy

di Roberto Antonini

Arundhati Roy (n. 1961) debutta come narratrice con Il dio delle piccole cose (1996), grandissimo successo mondiale, contestatissimo però da varie posizioni in India e fuori. Il romanzo si distingue per la costruzione geometrica impeccabile, dove alcuni tratti apparentemente secondari delle primissime pagine trovano riscontro e spiegazione nelle ultime. Vent’anni dopo, Il ministero della suprema felicità (2017), si offre come un viaggio surreale e lugubre nell’India degli emarginati, ai quali è idealmente dedicato, delle violenze fra caste e contro le donne, della guerra nel Kashmir. Di pari passo con la narrativa, Roy si dedica all’attivismo e alla saggistica sociale e politica fino a diventare una voce forte del movimento no-global internazionale, dove coraggiosamente assume posizioni originali, perfino paradossali come la sua scrittura, spiccatamente anti-americane e fortemente contrarie alla destra al governo in India dal 2014 e al premier Modi riconfermato nel 2019.

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