Philip Roth (Reuters)

Gi scrittori ebreo-americani tra cliché, disfunzionalità e biografie

di Marco Pagani

È da poco uscita nelle librerie, tradotta per Einaudi, la monumentale biografia di Philip Roth: risultato di un lavoro durato circa 10 anni da parte di Blake Bailey, si tratta di un racconto di oltre 1000 pagine nel quale lo stesso Roth ha chiesto di mettere “tutto: anche le cose brutte”.

Il dossier della scorsa settimana, ogni giorno alle 12.05, prendeva spunto in un modo diverso da questa opera.

Moby Dick allarga allora lo sguardo, tentando di inquadrare la figura (che è ormai quasi un cliché) dello scrittore ebreo-newyorchese: le ragioni della sua universalità, del suo successo internazionale; il segreto del suo linguaggio, capace di parlare alle persone più disparate; in generale quella capacità, tipica di questi autori, di mettere nei propri libri una gran parte di sé stessi, dei propri traumi e delle proprie disfunzionalità, utilizzando la scrittura quasi fosse una forma di autoterapia.

Ne parliamo con Laura Forti, scrittrice e drammaturga ebrea-italiana, appassionata lettrice di questo filone, da poco nelle librerie con il suo ultimo romanzo "Una Casa in Fiamme" (Guanda); e con Marco Rossari, scrittore, giornalista e traduttore letterario dall’inglese.

Nella mezz’ora finale riprendiamo il tema della biografia dal punto di vista della sua funzione: sia per chi la legge e sia per chi la scrive, a seconda che si tratti di un biografo o della stessa persona che si racconta, sconfinando in questo caso nell’ambito dell’autobiografia. Lo facciamo con Duccio Demetrio, filosofo e pedagogista, già professore ordinario di Filosofia dell'educazione e di Teorie e pratiche della narrazione all'Università degli Studi di Milano-Bicocca, cofondatore (con Saverio Tutino) della Libera università dell'Autobiografia.

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