L’inarrestabile trend… degli anglicismi: secondo voi quali andrebbero evitati nella lingua parlata e scritta?

Con Antonio Bolzani

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Il tema dell’uso e dell’abuso degli anglicismi è sempre d’attualità: ogni tanto vale dunque la pena soffermarsi su questa invasione di parole inglesi nella nostra lingua parlata e scritta e sul loro significato. È lecito, insomma, porsi qualche dubbio sul perché vengono utilizzate e interrogarsi, non necessariamente in una prospettiva passatista, puristica, o di difesa della bellezza della lingua. L’Accademia della Crusca consiglia sempre di tradurre le parole inglesi, perché tradurre vuol dire chiarire e riflettere, mettendo un argine alla banalità dei luoghi comuni. I nuovi mezzi di comunicazione di massa (quelli che vengono definiti come nuovi media, per distinguerli dai mass media tradizionali, come radio, televisione, ecc.) hanno e stanno cambiando l’italiano, una lingua che più di altre si è mantenuta stabile nel corso dei secoli, tanto che alcuni esperti, come il linguista Giuseppe Antonelli, parlano di e-taliano, un’etichetta che gioca abilmente sull’uso di e- (pronunciato /i/), che in inglese è oramai da considerare un nuovo prefisso nel senso di ‘elettronico’ e che talvolta viene premesso con questo valore anche a parole italiane sempre più condizionate dal lessico delle nuove tecnologie, dei siti e dei social media. A proposito di comunicazione e di social media, il giornalista Michele Serra, domenica scorsa su “la Repubblica”, annotava nella sua “Amaca” che "Leggendo il semplice e forte racconto di viaggio di Erri De Luca in Ucraina, mi ha colpito scoprire che non scrive "social network", ma canali sociali, che è la precisa traduzione italiana di quel termine (i francesi, del resto li chiamano réseaux sociaux). Nel caso che De Luca sia il solo italiano a usare la definizione italiana, da oggi saremo in due: non è mai troppo tardi per imparare qualcosa. Non è per purismo linguistico che ho deciso di farlo, ogni lingua è materia spuria e cambia se stessa ad ogni curva della storia e ad ogni rigo percorso. Uso senza difficoltà espressioni inglesi e francesi quando mi sembrano insostituibili. Ma in questo e altri casi è come se usare l'italiano, a parità di significato con l'inglese, restituisse nitidezza e normalità all'oggetto. I social network sono effettivamente canali di comunicazione, un mezzo e non un soggetto collettivo così come spesso appare nel linguaggio corrente, "dicono i social", "i social sono insorti", "Tizio non ha convinto i social", "i social incoronano Caio". L'inglese è spesso usato, non si sa quanto coscientemente, come se conferisse al discorso, o all'azione, un prestigio speciale, elevando ciò che è ordinario. Vedi l'inglese pretenzioso e "magico" del linguaggio aziendalista ("sono in call conference" appare più professionale che dire "sono al telefono"). Se i giornali, per i quali "i social" sembrano essere diventati di gran lunga la prima fonte di notizie - un tipico caso di suicidio - li chiamassero canali sociali, strumenti e non soggetti, magari potrebbero valutare con più misura e serenità tanto il ruolo "dei social" quanto quello del giornalismo".  Qualche anno fa, l’Accademia della Crusca ha anche formato un gruppo “Incipit” di monitoraggio di quelli che i linguisti chiamano “anglicismi incipienti”, un gruppo creatosi dopo la petizione delle oltre 70.000 firme raccolte da “#Dilloinitaliano” con lo scopo di monitorare i neologismi e forestierismi incipienti, nella fase in cui si affacciano alla lingua italiana e prima che prendano piede. Anche per queste parole si possono immaginare e proporre alternative condivise. L’inarrestabile trend… degli anglicismi: secondo voi quali andrebbero evitati e quali, invece, accettati? Dite la vostra, in diretta, allo 0848 03 08 08.