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Absit iniuria… il reato di blasfemia ha ancora senso?

Con Nicola Colotti

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“Abolire il reato di blasfemia? Suona come una bestemmia” titolava un approfondimento del settimanale Il Caffè del 31 marzo con il sottotitolo: “In Svizzera l’articolo 261 punisce chi schernisce le convinzioni religiose; e a chi chiede l’abrogazione il Consiglio federale risponde: meglio di no”.

Il dibattito è aperto e non riguarda soltanto opposte visioni tra laici (atei e/o agnostici in particolare) e religiosi, ma anche più in generale lo spazio che la religione, con i suoi principi o dogmi, o credenze, ha nella nostra società; anzi nelle nostre società. Perché se nelle democrazie di tipo occidentale la distinzione tra Stato e Istituzioni religiose è chiaro, in altri paesi (in particolare quelli a maggioranza mussulmana) questa distinzione è tutt’altro che netta per non dire assente.

Ecco dunque che dibattere attorno al tema dell’abolizione o meno del reato di blasfemia punito dal codice penale svizzero non riguarda soltanto il rispetto della sensibilità religiosa individuale e/o collettiva ma il rapporto stesso che una società laica stabilisce con i simboli della o delle religioni. Riguarda inoltre le radici culturali e storiche delle civiltà moderne (dall’Illuminismo in poi) che affondano anche nella tradizione religiosa e nei suoi simboli.

Restano poi un paio di domande a cui non è facile dare una risposta oggettiva “erga omnes”: cos’è una bestemmia? Chi decide che un’espressione verbale o un comportamento rappresentano una bestemmia? 

Ospiti:
Marco Cagnotti, fisico, giornalista, membro dell’Associazione Svizzera Liberi Pensatori
Carlo Silini, giornalista del Corriere del Ticino, scrittore
Bruno Boccaletti, giornalista della RSI responsabile approfondimenti culturali