di Enrico Carpani
La mia Olimpiade si ferma qui. Almeno per quanto riguarda il contatto diretto, la presenza sul posto. Tra un paio d'ore partirò da Sochi per Zurigo, e da domani mattina i Giochi, per me, saranno soprattutto tante ore davanti alla tv dell'ufficio. E poi di casa, compatibilmente con le scelte e i compromessi indispensabili all'equilibrio di ogni famiglia: so che mi aspetta il ritorno alla normalità, insomma, al rispetto dei tempi e delle esigenze di chi riesce benissimo a fare a meno, ad esempio, della prima manche dello slittino o delle semifinali di slopestyle.
Dopo una settimana di immersione totale in un evento unico come quello olimpico - che non mi era più capitato di frequentare, da giornalista, dal 1996 ad Atlanta - sto per tornare alla base contento e soddisfatto, di ciò che ho visto e di ciò che stiamo facendo.
A costo di stupire qualcuno ho voglia di ribadire che quello a Sochi è stato un soggiorno piacevolissimo, al di là di tutti quegli inconvenienti che fanno parte della normalità per chi è abituato a questo genere di vita: alloggi più o meno confortevoli, alimentazione non sempre di qualità, condizioni di lavoro evidentemente diverse rispetto a quelle cui si è abituati.
A tutto, però, ci si può adeguare, tanto più facilmente se chi ti sta attorno sorride anche quando ti deve far passare attraverso lo scanner di controllo, o ogni volta che è costretto a dirti che ciò che ti piacerebbe fare non è previsto dai regolamenti. Le Olimpiadi sono anche questo: quasi tre settimane di convivenza con alcune migliaia di colleghi, a ritmi che assomigliano più a quelli di un corso di ripetizione (ma esistono ancora, tra l'altro?), in cui la normalità diventa l'eccezione e le situazioni eccezionali si trasformano nella normalità.
I Giochi o li ami - e allora riesci a viverli e a capirli - o li detesti. E ci trovi tutti i difetti del mondo.
Qui siamo venuti preceduti da una scia infinita di paure e di polemiche: giustificate e legittime sul piano del principio ma indubbiamente gonfiate e a volte addirittura strumentalizzate. Su queste cose, evidentemente, ognuno continuerà a pensarla come più gli piacerà. Io me ne torno a casa con qualche un buon ricordo, soprattutto legato alla gentilezza e alla disponibilità di chi ho incontrato a Sochi. In questo senso, la prima Olimpiade russa della storia è cominciata bene. Non posso che augurarmi che continui e si concluda ancora meglio.
Ci vediamo da domani davanti alla tv, grazie e arrivederci, spassiba e dasvjdania Sochi!



