di David Conti
Il giro di boa di una grande operazione, o semplicemente di un grande evento, ha un suo valore simbolico. Non è come la fiamma rossa del Tour de France (quella che, come scrive Gianni Mura, “segnala l'inizio dell'ultimo chilometro, il momento dell'allungo disperato e decisivo o della passerella trionfale del corridore che si impone per distacco, il culmine emotivo della corsa”) e non è come la campanella che segnala l’ultimo giro nel pattinaggio di velocità. Ma con loro ha in comune almeno due cose: tutti se ne accorgono, e da quel momento si inizia a intravedere il traguardo finale.
Partenza il 4, ritorno il 24. Il giorno di San Valentino è coinciso con il conto alla rovescia di questa Olimpiade. Una ricorrenza per taluni, una semplice giornata di lavoro per altri. Vezzi e usanze però vengono a galla. Qualcuno cambia il pigiama, qualcun’altro invece si fionda a scegliere le cartoline da spedire ai propri cari. Il giro di boa ha il suono di una sveglia, insomma. C'è chi si fa la barba, c’è invece chi inizia già a riempire la valigia, altri ancora fanno due calcoli (“per sapere quanto costa in franchi fai diviso quaranta, più o meno”) e vanno all’assalto di souvenirs di ogni genere, dalle solite felpe - bruttine, tra l’altro - alle matrioske, tipiche della tradizione russa. Come la vodka, ma per quella ci sarà tempo all’aeroporto.
Prima del ritorno a casa ci sono però ancora molte medaglie da assegnare e tante ore da commentare. Per l’atleta, l'alloro è il raggiungimento dell’obiettivo, la liberazione, l’esplosione di gioia. Per noi, i podi svizzeri sono le vitamine per continuare a dare il massimo, per combattere raffreddore e stanchezza, per arrivare al traguardo con l’entusiasmo del primo giorno.
