In scena al LAC

L’ordinarietà della violenza familiare

Emma Dante torna a colpire nel cuore della violenza domestica con uno sguardo che non concede scampo: un teatro abbagliante, crudele e necessario, che smaschera l’ordinarietà del male tra le mura di casa

  • Oggi, 13:00
l'angelo del focolare
Di: Alphaville/Mat 

L’angelo del focolare, per la regia di Emma Dante, è in scena al LAC il 23 e 24 febbraio 2026, alle 20:00.

Il teatro di Emma Dante non è mai un luogo di semplice intrattenimento; è piuttosto uno specchio implacabile che riflette le pieghe più oscure e scomode dell’esistenza umana. Con L’angelo del focolare, la regista palermitana torna a esplorare temi a lei cari – la famiglia, la morte, la violenza – con la consueta lucidità e una vena di grottesco che, lungi dallo stemperare il dramma, ne amplifica la portata. Leone d’Oro alla carriera alla Biennale Teatro di Venezia 2026, Emma Dante si presenta come un’analisi cruda e visionaria di un femminicidio, dove la vittima non trova pace nemmeno dopo la morte, intrappolata in un parossismo ironico e violento.

Ciò che colpisce fin dalle prime battute dell’intervista rilasciata a Monica Bonetti in Alphaville, è la capacità della regista di mescolare l’orrore con una sottile, quasi disturbante, vena di umorismo. Emma Dante spiega come il tentativo sia stato quello di «ridicolizzare» il patriarca, il padrone assoluto della casa, attraverso una gestualità estrema e grottesca.

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L’ordinarietà della violenza familiare

Alphaville 20.02.2026, 11:45

  • © Ti-Press / Pablo Gianinazzi
  • Francesca Rodesino

Questo approccio non è una fuga dalla tragedia, ma una chiave per entrarvi, per rendere il pubblico consapevole del «senso del ridicolo di questo meccanismo violento domestico». L’apertura dello spettacolo, con la suocera che parla a macchinetta e il marito che insegna al figlio le «tecniche della seduzione», crea uno scenario «molto sopra le righe», un riso che può infastidire, ma che prepara il terreno per la tragedia imminente. È un modo per mettere a nudo l’imbarazzo, la complicità silenziosa che spesso precede l’esplosione della violenza.

Il cuore pulsante dell’opera, e forse il suo messaggio più agghiacciante, risiede nella rappresentazione dell’ordinarietà della violenza. Non si tratta di un evento eccezionale, ma di un meccanismo radicato, quasi culturale, che si insinua nelle pieghe della quotidianità. La suocera e il figlio, pur non agendo direttamente, diventano complici attraverso la loro inazione. Questa colpevolezza silenziosa risuona con forza, chiamando in causa non solo i personaggi in scena, ma anche il pubblico, invitato a riflettere sulla propria responsabilità di fronte all’ingiustizia. La violenza, in questo contesto, non è un fulmine a ciel sereno, ma il culmine di un «abbecedario domestico della violenza», fatto di piccoli gesti, parole che sono «spilli che entravano nella carne». L’orrore, secondo la regista, non è tanto nella morte spettacolare, quanto in ciò che la precede, in quella lenta e inesorabile erosione dell’anima dei più deboli.

Un elemento fondamentale nel linguaggio artistico di Emma Dante è la musica. Non solo per il suo lavoro nel teatro d’opera, ma anche nelle sue produzioni di prosa, la musica assume un ruolo quasi catartico. La regista confessa di aver scoperto l’opera da adulta, da regista, e di aver sentito che «la musica mi mancava nella mia vita di prima». Questa scoperta ha arricchito i suoi personaggi, donando loro «molta più anima». In L’angelo del focolare, l’adagio di Albinoni accompagna l’unico momento senza parole, una veglia funebre interrotta dalla prepotenza del marito, a dimostrazione che la violenza non si ferma nemmeno di fronte alla morte. La musica diventa così un «carburante per il mio viaggio», un mezzo per spostarsi da un luogo all’altro dell’emozione, per amplificare il dramma e la sua risonanza.

Infine, la sicilianità di Emma Dante, le sue radici mediterranee, si manifestano in una poetica visiva che sfida l’immaginario collettivo. Non è un Mediterraneo solare, ma «cupo, un po’ arcaico, quasi rituale». La regista spiega come il suo teatro sia «molto buio», una penombra che, paradossalmente, permette di vedere con maggiore chiarezza. Le case siciliane, con le tapparelle abbassate per proteggersi dal sole accecante, diventano metafora di una realtà nascosta, di una verità che emerge solo quando la luce irrompe violentemente. «Il mio teatro io lo potrei definire così abbagliante», afferma Emma Dante, perché «laddove appunto c’è questa penombra, questo buio, questa cupezza, improvvisamente si apre una finestra ed entra questo sole fortissimo e fa vedere veramente le cose come stanno». È in questa luce cruda e abbagliante che il pubblico è costretto a confrontarsi con la realtà, a vedere «tutto perfettamente», senza filtri o edulcorazioni.

L’angelo del focolare è, dunque, un’opera che scuote le coscienze, un pugno nello stomaco che ci costringe a guardare in faccia l’ordinarietà della violenza familiare. Emma Dante, con la sua regia incisiva e la sua poetica profonda, ci offre non solo uno spettacolo teatrale, ma un’esperienza catartica, un invito a non essere complici silenziosi, a non distogliere lo sguardo di fronte all’orrore che si annida tra le mura domestiche.