Border - Creature di confine

Il film svedese di Ali Abbasi è un fantasy realista popolato di mostri umani

Vincitore della sezione Un certain Regard a Cannes 2019, ed effettivamente di pellicola-da-festival si tratta: rifugge ogni classificazione di genere, disturba e stupisce. Border è un po' fanta-horror, un po' art-film, anche se probabilmente “realismo magico” è la definizione che rende meglio l'idea.

Il confine del titolo è il luogo di lavoro della protagonista, Tina, addetta ai controlli doganali in un aeroporto. Ma è anche quello su cui si muove la sua natura: è diversa dagli altri, ha l'aspetto di una donna di Neanderthal, un olfatto ipersviluppato che le permette di fiutare i sentimenti umani, soprattutto quelli negativi (molto utile quando devi identificare contrabbandieri e pedofili nella folla), vive in armonia con gli animali selvatici, meno con gli uomini. Diversa da tutti tranne che da un viaggiatore che le passa di fronte in un giorno qualsiasi: simile a lei in tutto e per tutto, diventerà oggetto del suo desiderio.

La radicale diversità dei due protagonisti non sembra sconvolgere granché chi sta loro intorno. Lo sguardo del regista, invece, la mette al centro del discorso, indugiando su ogni particolare della loro bruttezza, sottolineandola con scelte di abbigliamento sempre azzeccatissime (non stupisce che il film sia stato presentato in italiano per la prima volta presso la Fondazione Prada di Milano). Il dubbio si insinua nello spettatore: “possibile che sia solo io, a vederli strani?”

Le storie di mostri sono molto presenti nel cinema dell'ultimo decennio, da Giullermo del Toro in giù, ma il regista Ali Abbasi – iraniano, naturalizzato danese – sembra pescare più indietro: le pellicole di David Cronenberg degli Ottanta, i videoclip e gli spot di Chris Cunningham dei Novanta sono qui ispirazioni chiare e fondamentali. Si può discutere, certo, dell'eccesso di metafore, o di come il desiderio di scardinare i confini del “buon gusto” (perdonate la sintesi giornalistica) possa sembrare fine a se stesso. Però Border cattura lo sguardo e inquieta la mente: mica poco, per gli spettatori annoiati del ventunesimo secolo.

 
Michele Serra
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