Lezioni di persiano

Nei cinema il film di Vadim Perelman

In un film in cui succedono cose incredibili, il momento più incredibile arriva all'inizio, quando appare sullo schermo la dicitura: “Ispirato a una storia vera”.

Dunque, sgomberiamo il campo da eventuali equivoci: si tratta effettivamente di una serie di fatti e testimonianze che vengono mescolate con tantissima fiction. Quindi di quel cartello iniziale c'è da diffidare ancora più del solito. E nonostante il regista Vadim Perelman abbia detto di voler costruire un film realistico, l'impressione è quella di assistere piuttosto al racconto di una favola. Crudele e drammatica, certo, ma pur sempre una favola.

Seconda guerra mondiale. Un ebreo belga finge di essere persiano per sopravvivere al campo di sterminio. Di fronte all'ufficiale nazista che può salvargli la vita, inventa di sana pianta una lingua (dovrebbe essere farsi), e la insegna al militare. Sembra l'ossatura per una perfetta commedia degli equivoci. E se la morte non aleggiasse continuamente sulla testa dei protagonisti, Lezioni di persiano si potrebbe ridurre a questo.

Il realismo sbandierato non si ritrova dunque nel soggetto e nella sceneggiatura. Ma neppure dal punto di vista estetico la pellicola riesce a rendere l'idea della realtà dei campi di sterminio: l'immagine, i costumi, il trucco sono curatissimi, ma inevitabilmente “cinematografici”, se mi passate il termine (che mai dovrebbe essere usato quando si parla di cinema). Perelman – che si è fatto un nome con La casa di sabbia e nebbia diciassette anni fa – veste questa coproduzione russo-tedesca con un abito da mainstream hollywoodiano, sicuramente adatto al grande pubblico, ma che inevitabilmente aumenta l'impressione di posticcio.

Di fronte a film di questo genere, la domanda rimane la stessa: esiste, da qualche parte, un modo di parlare dell'Olocausto – o di qualsiasi tragedia di proporzioni simili – attraverso il cinema? Liliana Segre anni fa parlando di La vita è bella di Roberto Benigni aveva giustamente ricordato come il sopravvissuto sia diventato un cliché, e lo sterminio messo in atto dal nazifascismo, un argomento di moda. “In nome di una bella finzione, si è banalizzato l'Olocausto”, diceva la senatrice italiana sopravvissuta alla deportazione. Di opinione opposta era un altro sopravvissuto, lo scrittore ungherese Imre Kertész, quando sosteneva che criticare la “correttezza formale” di un'opera d'arte fosse senza senso, se “lo spirito e l'anima del film sono autentici”.

Lezioni di persiano è senza dubbio un film riuscito. Se sia solo una “bella finzione” o abbia “spirito autentico”, è invece ancora da decidere.

 
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