Musica hip hop

Raising Hell: Run DMC abbattono barriere

40 anni del disco che portò il rap fuori dalla nicchia, lo fuse col rock e sdoganò le sneaker

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Run DMC
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Di: Andrea Rigazzi 

E dire che oggi sembra tutto così normale. Avere la chitarra elettrica nel rap e il cantante che rappa sul metal. Normale, ovvio, quasi scontato. C’è stato però un tempo in cui questa corrispondenza di riottosi sensi andava codificata per trasformarla nella “nuova novità” del momento. Nel 1986 gli dèi della musica scelsero di benedire questa unione attraverso un Reverendo e i suoi due compari. Fu così che Raising Hell dei Run DMC si fece disco.

I Run DMC si presentarono all’appuntamento già rodati: in King of Rock la fusione fra i due generi era stata sperimentata; Raising Hell mise a punto la combinazione in modo definitivo.

Un ruolo non indifferente lo giocò Rick Rubin. Rubin era un giovane produttore di New York, appassionato di rock e rap in egual misura. Assieme a un amico aveva fondato l’etichetta Def Jam e prodotto un EP dei Beastie Boys che assemblava proprio i due generi in questione. Applicare la formula in grande stile diventò quasi un fatto naturale. La ciliegiona su Raising Hell la metterà con Walk This Way.

Oggi è facile riconoscere l’intuito di Rubin, meno lo fu all’epoca. Non da parte di qualche critico dalla visione poco eterodossa, ma proprio dei Run DMC. Il produttore ha ricordato come Reverend Run lo avesse ammonito: «Stai portando questa m***a rock-rap troppo all’estremo: ci porterai alla rovina». Il rapper era convinto che nessuno tra il pubblico hip hop avrebbe digerito la ricetta del disco. Reverendo sì, profeta non proprio.

Se non di scetticismo, peccò di scarsa motivazione Joe Perry. Chiamato a registrare un assolo per Walk This Way, il chitarrista degli Aerosmith non fornì una grande prestazione. «Penso tu possa fare di meglio», gli disse Rubin per motivarlo. «Se la gente lo ascolterà, penserà che lo abbia suonato Brad [Whitford, l’altro chitarrista della band]». Alla fine Perry tirò fuori un assolo degno della sua fama, che contribuì a spingere il pezzo nella Top 5 delle classifiche USA.

Raising Hell è più stratificato degli altri dischi rap di quel periodo. Un album che ha di più di tutto: più loop di batteria, più scratch, più riff di chitarra.
La presenza di Steven Tyler e Joe Perry avvicinò anche il pubblico meno avvezzo al rap, ampliandone la diffusione.
Poi arrivarono i Beastie Boys di Fight for Your Right (prodotti sempre da Rubin) e più tardi i vari Rage Against the Machine e Ice T and the Body Count: tutti, chi più chi meno, mescolarono i due codici con buon profitto.

L’album vendette tre milioni di copie e fu il primo disco rap a guadagnarsi il platino. E anche gli Aerosmith, all’epoca in declino, ripartirono grazie a Walk This Way.

Sneaker ai nostri piedi: l’impatto culturale di Raising Hell

I Run DMC furono anche il primo gruppo rap a essere ufficialmente sponsorizzato da un grande marchio sportivo, aprendo di fatto la strada a tutte le successive collaborazioni.

Il trio già indossava sneaker Adidas, ma fu durante una versione dal vivo del brano My Adidas che, vista la reazione entusiasta del pubblico, l’azienda tedesca decise di legare il proprio nome alla band. Da musicisti che vestivano le tre strisce per scelta, i Run DMC passarono a farlo per contratto: un accordo da 1,6 milioni di dollari.

Il sodalizio contribuì a trasformare i brand sportivi in icone culturali. Se oggi la scarpa da ginnastica è un accessorio del nostro vestiario quotidiano, lo si deve anche a Raising Hell.

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Raising Hell 40 (Alla deriva, Rete Tre)

RSI Cultura 15.05.2026, 13:30

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  • Luca Paltrinieri

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