Prima delle teste rasate, degli anfibi e dei bomber neri, c’era l’amore condiviso per lo ska, il rocksteady e l’early reggae. Prima di slogan come Blood and Honour o 88, c’era il senso di appartenenza alla classe operaia. Prima delle croci celtiche tatuate e degli atti di vandalismo, c’era la passione per il calcio. Gli skinhead per come tendiamo a immaginarli oggi – teppisti violenti appartenenti a bande filonaziste – non hanno nulla a che vedere con quelli che hanno gettato le fondamenta di questa subcultura, tanto fraintesa quanto dibattuta.
Nella Gran Bretagna di fine anni Sessanta, ciò che davvero avvicinava ragazzi di origini diverse non era un manifesto politico, ma qualcosa di molto più quotidiano. Nei quartieri operai, dove le case erano piccole e le strade sempre affollate, giovani bianchi britannici e coetanei giamaicani – arrivati in numeri significativi dal 1948 con la Windrush – condividevano la stessa routine e gli stessi spazi. Le serate nelle dancehall, con i sound system che diffondevano ska e rocksteady, diventavano un terreno comune in cui le differenze si scioglievano nel ritmo. Il sabato pomeriggio, gli stadi popolari offrivano un altro luogo di mescolanza spontanea: la passione per la squadra locale contava più del colore della pelle. E nelle fabbriche, nei cantieri, nei magazzini, la condizione operaia creava un senso di appartenenza che superava le identità etniche.
Skinhead in origine
È da questa trama condivisa che nasce la prima scena skinhead (“teste rasate” dall’inglese), il riflesso di una comunità mista che si riconosceva più nel basso pulsante di un brano reggae o nel fischio d’inizio allo stadio che nelle categorie etniche. In quegli anni, prima che la politica provasse a impossessarsene, lo stile skinhead prende forma quasi come una dichiarazione silenziosa di appartenenza. L’abbigliamento è essenziale, pratico, radicato nella quotidianità operaia ma attento allo stile dei rude boys giamaicani: stivali resistenti, jeans arrotolati, camicie ben stirate, bretelle, bomber. Non è una moda costruita a tavolino, ma un codice spontaneo, riconoscibile nelle strade dei quartieri popolari. Un modo per dire “noi siamo qui”.
La frattura arriva negli anni Settanta, quando la crisi economica comincia a scavare crepe profonde nella società britannica. È in questo clima che i gruppi dell’estrema destra iniziano a infiltrarsi nella scena giovanile, cercando di reclutare i più giovani, quelli meno legati alla memoria delle dancehall e alla mescolanza spontanea degli inizi. Con l’arrivo degli anni Ottanta e la “grammatica sociale” imposta dal governo Thatcher – tagli, disoccupazione, smantellamento delle comunità operaie – questo processo si intensifica. L’estrema destra offre risposte semplici a problemi complessi, trasformando la frustrazione in rancore. This Is England lo racconta con una precisione quasi documentaristica: l’arrivo di un leader carismatico, la seduzione della rabbia, la frattura che si apre tra chi resta fedele alle radici multiculturali e chi sceglie la scorciatoia dell’odio.
La politica, quella vera, non nasce dentro la cultura skinhead: arriva da fuori, la colonizza e la divide. Da una parte rimangono gli skinhead tradizionali, fedeli allo ska e alla loro identità working class; dall’altra emergono i nazi-skins, una minoranza rumorosa che tradisce completamente le radici del movimento. Negli anni Ottanta nasce anche una risposta organizzata, gli SHARP (Skinheads Against Racial Prejudice), che rivendicano apertamente l’eredità multiculturale della scena.
Oggi, per capire davvero cosa è stato il mondo skinhead, bisogna tornare a quella pista da ballo degli anni Sessanta, dove ragazzi bianchi e neri ballavano insieme senza immaginare che, qualche anno dopo, qualcuno avrebbe provato a dividerli.
Le bande giovanili, tra passato e futuro
Diderot 27.04.2021, 17:40
Contenuto audio