Cultura e spettacoli

Arriva in sala il trionfatore di Cannes

L’atteso e controverso “La vita di Adèle” di Kechiche

  • 24.10.2013, 16:13
  • 06.09.2023, 05:01
Abdellatif Kechiche, a Cannes, con le protagoniste del film Adele Exarchopoulos  e Lea Seydoux

Abdellatif Kechiche, a Cannes, con le protagoniste del film Adele Exarchopoulos e Lea Seydoux

  • REUTERS

Un film considerato da molti strabiliante ma che ha suscitato vespai a non finire ancora prima di uscire. La polemica durata mesi tra il regista Abdellatif Kechiche e le sue due attrici principali, la rampolla della dinastia cinematografica Pathé e Gaumont Léa Seydoux e l’altra giovanissima protagonista dagli occhi da bambi Adèle Exarchopoulos.

Le due lo hanno accusato di richiedere eccessivo stakanovismo sul set, di forzarle fino allo sfinimento. Lui ha ribattuto che è così che si ottiene che l’attore smetta di fingere e diventi vero. Altre accuse sono piovute per tempi e modalità di lavoro a cui è stata sottoposta la troupe: pare fino a sedici ore al giorno, ma registrate soltanto otto. Si è lagnata anche Julie Maroh, l’autrice del fumetto Il blu è un colore caldo da cui La vita di Adele è tratto. Non sarebbe stata sufficientemente coinvolta nel film.

E poi ci sono le considerazioni, in questo caso del regista medesimo, sulla discriminazione strisciante del sistema cinematografico francese nei confronti di chi, come lui, autodidatta franco-tunisino che ha iniziato a far cinema a quarant’anni, è oggi uno dei nomi di punta del cinema d’autore transalpino. Non bastasse, c’è anche una corrente di pensiero che pare sostenga che un regista uomo non può filmare la storia di due protagoniste lesbiche. Chissà poi perché.

Sono quasi diventati secondari a questo punto gli strilli sul presunto scandalo provocato dalla lunghissime e numerose scene di sesso saffico che si vedono sullo schermo, e che Kechiche come è nel suo stile registico si è guardato bene dal rendere ellittiche. Tanto rumore per un film che aveva suscitato altrettanto clamore, ma solo in positivo, quando a maggio si era aggiudicato la Palma d’oro a Cannes.

Qualcuno è arrivato addirittura a ipotizzare che dietro a battibecchi e scandali ci sia addirittura una precisa strategia promozionale. Sia quel che sia, resta il fatto che esce in sala un’opera di rara potenza e intensità, che prende per mano lo spettatore e lo conduce incredibilmente a fondo nella vita, nelle emozioni, nelle gioie e nelle sofferenze di una ragazzina che scopre i sentimenti, l’amore, le sofferenze connesse, e affronta il passaggio dall’adolescenza alla vita adulta in maniera che definire coraggiosa e credibile è semplicemente riduttivo.

Adèle Exarchopoulos e Léa Seydoux si saranno anche lamentate, ma sullo schermo giganteggiano, in particolare la prima. E se Kechiche, dopo “Tutta colpa di Voltaire”, “La schivata”, l’intensissimo “Cous Cous”, il poco compreso “Venere Nera”, si conferma ostinato, cocciuto, quasi pedante nel suo percorso di antropologia cinematografica, viene difficile non gioire del fatto che autori così e film così popolino di tanto in tanto il desolante panorama delle sale.

Marco Zucchi

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