Nella sala piena di giornalisti che seguivano la cerimonia su grande schermo, al momento dell’Orso d’oro è calato un silenzio di tomba, più dettato dalla sorpresa che dalla delusione. L’aria s’era iniziata a fiutare quando ai vari Linklater, Wes Anderson e Resnais erano andati premi palesemente consolatori: alla fine una giuria che annoverava un solo orientale, l’attore di Hong Kong Tony Leung, è rimasta evidentemente folgorata soprattutto dai film asiatici, se è vero che su otto Orsi ne ha distribuiti ben quattro tra Cina e Giappone.
In un concorso internazionale di cui si era evidenziato soprattutto il livello non eccelso vince dunque la detective story cupa e truculenta “Bai Ri Yan Huo” (Carbone nero, ghiaccio sottile) di Diao Yinan, film di genere che verte sull’indagine per risolvere una serie di omicidi, ma non manca di ragionare sui problemi sociali della Cina di oggi. Un trionfo assoluto, perché si tratta anche dell’unico film in grado di aggiudicarsi due premi: l’altro è l’Orso d’argento al miglior attore, Liao Fan.
Cina sugli scudi anche con l’Orso per il contributo tecnico, che va alla fotografia di “Tui Na” (Massaggio cieco), ambientato in una comunità di non vedenti. E invece è giapponese la migliore attrice, Haru Kuroki, che interpreta la fedele domestica in “Chiisai Ouchi” (La piccola casa) e si è presentata sul palco in kimono tradizionale.
La battuta più brillante della serata l’ha riservata il texano Wes Anderson, che a ritirare il Grand Prix della giuria non c’era, ma ha mandato un biglietto per ricordare i leoncini vinti a Venezia e le palmette di cioccolato vinte a Cannes, rallegrandosi del “primo vero premio metallico della mia carriera".
L’altro texano Richard Linklater meritava probabilmente l'alloro massimo e vince invece l'Orso alla miglior regia. Il suo progetto durato dodici anni, "Boyhood", ha però tutto per affascinare il pubblico.
Al francese Alain Resnais, veteranissimo sulla scena da 70 anni e autore di capolavori come “Hirsoshima Mon Amour” e “L’anno scorso a Marienbad”, va il provocatorio Premio al contributo innovativo: se ad innovare ci deve pensare un regista ormai novantaduenne, è segno che la crisi manifestata dal concorso di quest'anno è conclamata. Forse a fare eccezione è proprio quel “Kreuzweg” che era piaciuto a molti e che viene premiato per la sceneggiatura.
Marco Zucchi
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