Vent'anni dalla scomparsa del Maestro. Però di più: 30 anni di “La nave va”, 40 anni di “Amarcord”, 50 anni di “8 e ½”, 60 anni di “I vitelloni” e 70 anni di matrimonio con Giulietta Masina. Il 2013 è l’anno felliniano per eccellenza, come ha ricordato il suo aiuto regista svizzero Gérald Morin, che ha contribuito a perpetuarne il culto creando con la sua collezione di memorabilia il Museo Fellini di Sion (domani, venerdì, l’inaugurazione della mostra commemorativa per il ventennale).
Federico Fellini muore nella sua patria d’adozione, Roma, il 31 ottobre 1993. La SUA Roma è soprattutto Cinecittà, dove hanno preso vita quasi tutti i sogni di cartapesta, dove sono stati ricostruiti la Rimini dell’infanzia e il resto del suo immaginario. È la città amata per la sua mollezza e indifferenza, per la sua capacità di ignorare dall’alto dei millenni le piccole vanità degli uomini.
Nel giorno dell’anniversario tondo si possono doverosamente ricordare i tanti trionfi tangibili del grande regista, dai quattro Oscar (per “La strada”, “Le notti di Cabiria”, “8 e ½“, “Amarcord”) più uno dalla carriera (poco prima della morte), alla Palma d’oro a Cannes per “La dolce vita”, a sporte piene di David di Donatello e così via. Andrebbero ascoltate e riascoltate le melodie che Nino Rota ha incrostato per l’eternità su quelle immagini e se possibile – cosa che si fa poco e male – rivisti i film, perché per ringraziare non c’è modo migliore.
Però l’omaggio (indiretto) più interessante a uno spirito felliniano di intendere la vita, le cose del mondo e degli uomini, il cinema come costante monito di quanto la finzione sia al centro di tutto, sta probabilmente nel film più neofelliniano e postfelliniano che sia stato realizzato quest’anno: “La grande bellezza” del napoletano Paolo Sorrentino.
Sorrentino come Fellini è un romano adottivo. Viene da fuori. Nel fatalismo che avvolge l’Urbe ha trovato la culla di una descrizione trasfigurata, antirealistica e quindi credibilissima dello stato di perenne attesa che avvinghia le persone. Il suo cronistucolo Jep Gambardella, come il reporter Marcello Rubini, si aggira attonito per la città eterna e se non fosse troppo lucido per non capire dubiterebbe di quel che vede. Così come probabilmente farebbe Federico. A cui in una giornata così, imitando quello che fece Milo Manara con un disegno nel momento della scomparsa, si può soltanto domandare “dove sei?”
Marco Zucchi
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