di Pierpaolo Mittica e Alessandro Tesei
In seguito all’incidente nucleare di Chernobyl, avvenuto il 26 aprile 1986, il governo sovietico creò una zona di esclusione di 30 chilometri intorno alla centrale ed evacuò 116 mila residenti. Ma oggi, nonostante sia uno dei luoghi più contaminati della Terra, la zona morta di Chernobyl è piena di vita.
La città di Chernobyl, situata all’interno della zona di esclusione e a 16 chilometri dal reattore esploso, è il principale centro della vita quotidiana della zona. Prima dell’incidente ospitava 15 mila persone, oggi ne risiedono 3 mila. La maggior parte di loro lavora nell’area locale, tutti legati in qualche modo alla centrale. Gli abitanti di questa strana città sono il personale degli uffici amministrativi, gli addetti allo smaltimento del materiale radioattivo, le guardie e i militari che controllano la zona, i vigili del fuoco e la polizia locale, ma soprattutto il personale (circa 2 mila persone) che ogni giorno garantisce la sicurezza della centrale nucleare di Chernobyl, almeno fino al 2065, anno in cui inizieranno i lavori di smantellamento dei reattori. Ci sono anche laboratori con 350 scienziati impegnati nella ricerca sulle conseguenze del disastro di Chernobyl e nel monitoraggio della radioattività nell’area e nell’impianto.
Per tutti questi lavoratori che vivono a Chernobyl - in turni di 15 giorni - la città offre vari servizi come qualsiasi altra città ucraina: quattro mini-market, due mense, un ufficio postale, una stazione dei pullman che collega la zona di esclusione con le principali città dell’Ucraina, un centro culturale, una palestra, una chiesa in cui celebrare la messa e altre attività che fanno sembrare Chernobyl una cittadina normale in un luogo anormale dove la contaminazione sparirà tra 200 mila anni.

