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Ivan, la casa e la ferrovia

Storia di un progetto contro il quale - il 13 giugno a Belgrado - sono scesi in piazza in 20'000

  • 30.06.2016, 08:33
  • 7 maggio, 13:01
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Belgrade Waterfront Project - di Mauro Prandelli

RSI Info 30.06.2016, 07:41

  • ©Mauro Prandelli

Belgrado. Riva orientale del fiume Sava. Qui, dal 2014, è stato avviato un progetto di urbanizzazione del valore di 3,5 miliardi di euro. Nato dalla collaborazione tra il governo serbo e la “Eagle Hill”, holding originaria degli Emirati Arabi Uniti, il “Belgrade Waterfront” sta rivoluzionando completamente il volto della capitale. L’area interessata è di circa 1,8 milioni di metri quadrati e prevede la costruzione di edifici residenziali, spazi commerciali e di una torre, la “Kula Beograd”, alta più di 200 metri. Da mesi sono aperte le prenotazioni per gli appartamenti del primo residence e i prezzi oscillano tra i 2.500 e i 3.500 euro al metro quadro. Considerando lo stipendio medio dei lavoratori serbi di circa 360 euro al mese, il più basso dei Balcani, risulta difficile ipotizzare che gli appartamenti e gli spazi in costruzione siano destinati alla popolazione.


Il progetto, che sulla carta ha una durata di trent’anni, divide l’opinione pubblica serba. Infatti, dopo le demolizioni effettuate da lavoratori con il volto coperto durante la notte del elezioni tra il 24 e il 25 di Aprile, si sono fatte più numerose e partecipate le proteste dei cittadini guidati dal movimento “
Ne Davimo Beograd” (“Non facciamo affondare/abbattere Belgrado”). Un movimento non politicizzato che è riuscito a portare in piazza 20.000 persone il 13 giugno scorso.

La protesta dei cittadini, a Belgrado, contro il "Waterfront Project"

La protesta dei cittadini, a Belgrado, contro il "Waterfront Project"

  • ©pagina FB di “Ne Davimo Beograd”

Savamala è ormai un quartiere ricoperto di detriti. Resistono solo la ferrovia (che a breve verrà spostata) e la casa di Ivan Timotijevic, pensionato di 67 anni, che ha rifiutato l’alloggio offerto e sta portando avanti una battaglia legale per avere un risarcimento più idoneo alle sue necessità. Ivan Kukina, architetto e professore al “Dessau Institute of Architecture”, sostiene che il progetto non si basa sulle necessità della popolazione. Si tratta piuttosto di manovre speculative che ripropongono un modello architettonico globale indipendente dalle necessità e dalla cultura del luogo in cui viene innestato. Un altro fronte di dissenso è l’ala nazionalista che vede la joint venture tra il governo serbo e la holding araba come una svendita del territorio serbo ed una vera e propria invasione. La Serbia, come altri paesi balcanici, sta vivendo negli ultimi anni un’ondata di privatizzazioni e si prevede che in un prossimo futuro il governo liberalizzi anche la vendita di terreni agricoli ad investitori esteri fino ad ora vietata.

Mauro Prandelli

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