Il campo profughi di Shatila fu creato nel 1949 a Beirut, in Libano, per offrire rifugio a 3000 persone in fuga dal loro paese e dalle violenze delle forze sioniste. Quelle persone in fuga non avrebbero mai più rivisto la loro terra: la Palestina. Oggi, in quello che è diventato un quartiere della periferia di Beirut, vivono circa 20mila persone: libanesi, siriani, palestinesi e migranti. Vivono in condizioni malsane, senza accesso all'acqua potabile, all'elettricità e a spazi pubblici nei quali incontrarsi, divertirsi e giocare.
In questo contesto una ventina di ragazze tra i 15 e i 20 anni, palestinesi, siriane e libanesi, nate e cresciute a Shatila e nei sobborghi popolari della capitale libanese, sono riuscite a conquistarsi il proprio spazio di libertà nel campo giocando a basket, grazie alla polisportiva Real Palestine Youth F.C. fondata da Captain Majdi, anche lui profugo palestinese nato nel campo. In un ambiente come quello di Shatila, lo sport assume un ruolo fondamentale, aiutando gli adolescenti ad adottare uno stile di vita sano e positivo, fornendo loro gli strumenti necessari a prendere il controllo delle loro vite e incoraggiandoli ad analizzare con occhio critico le questioni sociali che li riguardano.
Nel 2017, Majdi incontra David Ruggini e Daniele Napolitano, due ragazzi italiani con un passato da volontari nei campi per migranti in Grecia e in Bulgaria. Decidono di lanciare “Basket Beats Borders”, un’associazione che si occupa di sport popolare, tessendo legami di solidarietà e di sport con altre squadre di basket femminile e realtà simili in altri paesi. Per la prima volta, nel 2018 le ragazze partono per giocare con le squadre romane di basket popolare: Atletico San Lorenzo, All Reds e Les Bulles Fatales.
Oggi l’obiettivo è riuscire a moltiplicare le possibilità di scambi sportivi e costruire dei percorsi di studio e formazione all’estero per le ragazze.
Sara Manisera - Arianna Pagani






