Sono 350'000 (dati Unhcr) gli sfollati che hanno dovuto lasciare le proprie abitazioni in seguito alla crisi di Marawi, cittadina del sud delle Filippine che dal 23 maggio resta contesa tra l’esercito e un gruppo terrorista affiliato allo Stato islamico. Per un migliaio di loro, però, la guerra sta rappresentando l’inizio di una nuova vita.
Accade a Barangay Bito Buadi Itowa, una piccola azienda agricola che sorge ad appena una manciata di chilometri dall’area degli scontri, e che nello scorso giugno è stata fondata da 400 delle famiglie sfollate, che ora vivono in un campo adiacente agli 8 ettari di terreno coltivati a frutta e ortaggi. Il tutto grazie all’iniziativa di Souleyman Alì, la cui famiglia è proprietaria della tenuta. È stato lui a voler accogliere i profughi - molti dei quali non avevano trovato posto nelle prime strutture d’emergenza approntate per fronteggiare la crisi - avvalendosi della collaborazione del Ministero dell’Agricoltura e dell’Università di Mindanao, che hanno congiuntamente organizzato un ciclo di seminari per formarli alla coltivazione agricola. Il contributo statale, però, si ferma praticamente qui. Barangay Bito è infatti una realtà economicamente autosufficiente: il sostentamento alimentare ed economico arriva per intero dai prodotti coltivati, che vengono venduti - spesso in forma di frittelle di frutta e deliziose empanadas vegetariane - nei mercati circostanti e in due empori interni alla tenuta. Un meccanismo così rodato che alcune famiglie hanno presentato richiesta all’amministrazione locale di poter costruire delle piccole case a ridosso dei terreni, così da poter continuare a coltivarli anche quando la crisi sarà finita.
“La nostra è una rivoluzione” ci ha spiegato Dato Kiram, sfollato e sovrintendente alla produzione, che ci ha portato a visitare gli ettari di terreni coltivati a fagioli, spinaci, peperoncino, banane, cavolfiori. “Ma è una rivoluzione verde come la terra, e non rossa come il sangue”.
A. Storto - U.L.Borga, - A. Micci





