Dai rave a Deutsche Grammophon, Moby è sempre Moby

Resound NYC è la seconda raccolta per l’etichetta tedesca, e dimostra che il talento musicale di Richard Melville è stato più forte dei nostri pregiudizi (e anche di quelli di Eminem)

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La domanda rimarrà probabilmente senza risposta, e finirà perduta nel vento nel momento preciso in cui Moby smetterà di pubblicare musica. Ma fino a quel giorno, a ogni nuovo album qualcuno tornerà a chiederselo: Moby ha avuto troppo, dalla sua vita artistica?
Per molti, il DJ e produttore non è altro che un abile costruttore di musica commerciale, utile alle case automobilistiche e alle assicurazioni come sottofondo per i loro spot. Per molti è quello che dopo il misterioso, enorme, inspiegabile successo di Play, avrebbe potuto anche ritirarsi. Per molti è quello che veniva preso in giro da Eminem (in Without Me) perché “vecchio” e “pelato”, e fine.
Eppure, appena gratti un po’ la superficie, appare chiaro che il signor Richard Melville Hall, newyorchese oggi sessantenne, sia un musicista con maggiore integrità artistica di molti suoi colleghi, e un essere umano capace di navigare attraverso una vita fatta di picchi e sprofondi, che pochi avrebbero saputo affrontare.
Moby è l'uomo che è passato dall’underground al mainstream, che è nato povero ed è diventato multimilionario, che ha superato dipendenze e depressione, il tutto continuando a fare musica sempre diversa, senza preoccuparsi troppo del successo commerciale: se lo ha incontrato, appare più un caso, che il frutto di una ricerca volontaria. Difficile non avere almeno rispetto per la sua parabola personale ed artistica. Anche Eminem, in anni recenti, ha ammesso che tutto quell’odio nei confronti di Moby era francamente senza senso.

 

L’ultimo album Resound NYC è l’ennesima prova dell’indipendenza musicale di Moby, che mai, prima dei cinquant’anni, avrebbe pensato che i suoi dischi un giorno sarebbero usciti su etichetta Deutsche Grammophon. E invece, siamo già al secondo.
Deutsche Grammophon è un marchio lontano anni luce dalle sue prime prove elettroniche diventate classici dell’era rave in Inghilterra e Olanda, eoni distante dalle sue hit mainstream arrivate a cavallo dei millenni, e da tutto quello che c’è in mezzo, che spazia dal punk hardcore all’ambient music. Eppure, oggi abbiamo tra le mani il secondo album di canzoni provenienti da ogni angolo del suo catalogo riviste in versione cameristica. Cioè, più o meno.

 

Resound NYC è in effetti un seguito di Reprise del 2021, ma queste nuove rivisitazioni si allontanano dalla classica forma sinfonica per andare verso atmosfere funk, blues, jazz, gospel e – naturalmente – pop. Presenti archi e ottoni, ma anche chitarre, sintetizzatori analogici, mellotron… le soluzioni sono molto più varie che in Reprise, e l’orchestra (“Qualsiasi insieme di strumenti può essere un’orchestra”, ha dichiarato lo stesso Moby qualche tempo fa) viene adattata, o meglio, tagliata su misura per ogni canzone.
Oltre al suono “meno sinfonico” di quello che avremmo potuto aspettarci, il tratto comune a tutti questi pezzi è il fatto di essere state scritte o registrate a New York, città natale e fonte di ispirazione continua per Melville. L’unica eccezione è la cover di Helpless di Crosby, Stills, Nash & Young, scritta ovviamente dal canadese Neil Young (peraltro, parla di “una città nel nord dell’Ontario”…). Ma quella è la canzone che gli cantava sua madre quando lui aveva quattro anni, ha spiegato Moby. E vista la tristezza e la povertà della sua infanzia, raccontata più volte in libri e interviste, è una canzone dal significato terribilmente personale.
Tutto l’album, del resto, suona più personale del precedente Reprise, gonfio di hit provenienti dall’epoca del grande successo. Non che in Resound NYC non ce ne siano, ma senza dubbio si tratta di qualcosa di meno ovvio rispetto a un semplice greatest hits. L’intimità dell’approccio è appena stemperata da una lunga lista di voci ospiti, a cominciare da quella di Gregory Porter, unico a tornare tra gli invitati di Reprise.

 

Resound NYC potrebbe, se volete, rappresentare la pace finalmente raggiunta da un artista maturo, che guarda agli eccessi del passato, finalmente, da una giusta distanza.
Moby ha vissuto più vite: a sei anni abitava con sua madre negli squat del Connecticut, a trentacinque si faceva corteggiare – di malavoglia – da Natalie Portman; a trentaquattro suonava davanti a cinquanta persone in tour auto-finanziati, a trentasei aveva un disco che conteneva 18 canzoni, tutte quante vendute per essere usate in spot pubblicitari, film o show televisivi. Si dice sia stata la prima volta nella storia della musica. Oggi, nell’epoca in cui il regno dell’hip-hop ha cancellato ogni stigma nei confronti di chi “vende” la propria arte (e del resto avevano cominciato i Rolling Stone, quando offrirono Start Me Up alla Microsoft per la campagna di Windows 95) possiamo vedere quello che Moby è stato davvero: un pioniere, della musica e del suo commercio. Un artista capace di reinventare se stesso senza tradirsi, un nerd baciato dalla fortuna che può permettersi di fare quello che gli pare. Compreso un disco con Deutsche Grammophon che suona allo stesso tempo intimo e sontuoso, classico e lo-fi, pieno di pezzi rinfrescati con amore. Anche gli hater più convinti, a questo punto, forse dovranno rivedere i loro pregiudizi. Del resto, se l’ha fatto Eminem…

 
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