Takeoff dei Migos è l'ultimo rapper ucciso nelle strade americane

Miliardi di visualizzazioni e di streaming, un patrimonio netto di poco inferiore ai 100 milioni di dollari. Eppure il membro di uno dei più noti gruppi della trap americana non è riuscito a sfuggire alla violenza

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Nel 2003 la rivista americana Vibe aveva mandato in stampa una copertina che ne ricalcava un'altra, storica, di Esquire, del 1968. Esquire aveva messo insieme con un fotomontaggio Martin Luther King, Bobby Kennedy e John Fitzgerald Kennedy, tre vittime della violenza politica di quegli anni. 35 anni dopo, sulla copertina di Vibe c'erano – nella stessa posa e sullo sfondo dello stesso cimitero – il fondatore dei Run-DMC Jam Master Jay, The Notorious B.I.G. e Tupac Shakur. Sopra la testata, il titolo: “Perché non abbiamo imparato niente?”.


Sono passati altri due decenni, e la domanda è ancora valida, forse persino più pressante. Perché i rapper continuano a morire in conseguenza di crimini violenti, in una correlazione diretta che apparentemente non ha eguali nella storia della musica. Chi si trova a scorrere la lista dei musicisti morti negli ultimi 70 anni diligentemente compilata da Wikipedia, nota facilmente come le cause di morte siano per i cantanti rock e pop le stesse del resto della popolazione – cancro, infarto e incidenti – più un'alta percentuale di overdose e suicidi. La statistica delle morti causate dalle armi da fuoco si impenna solo a partire dagli anni Ottanta, e solo grazie all'arrivo sulla scena della musica hip-hop. Negli ultimi anni, diversi artisti giovanissimi sono esplosi sul mercato discografico americano, solo per finire ammazzati appena incontrato il successo. Tra i nomi di primo piano ricordiamo almeno XXXTentacion, capace di portare in cima alle classifiche americane il cosiddetto Soundcloud Rap. King Von, re della Drill di Chicago. Pop Smoke. E ora Takeoff dei Migos. Si tratta di artisti che certo non hanno (non ancora?) il peso storico di quelli morti nei Novanta, eppure capaci di vendere milioni di copie, quasi tutte al pubblico che ha meno di trent'anni, mentre quello più vecchio fatica a capire. Rapper quindi che rappresentano al meglio una frattura generazionale nella musica e – aggiungiamo, purtroppo – il legame tra hip-hop e criminalità di strada, inestricabile fino alle estreme conseguenze.

 

La morte di Takeoff dei Migos
Le circostanze della morte di Takeoff, avvenuta nella notte di martedì, sono tanto semplici quanto insensate: una festa in una sala da biliardo nel centro di Houston, una partita a dadi improvvisata davanti all'entrata, scommesse. Qualcuno vince, qualcuno perde, volano insulti. E poi, spari. Un artista molto ricco e molto famoso finisce ucciso per una questione di bassa criminalità di strada. Lil' Kim un bel po' di anni fa cantava “Le partite a dadi uccidono più n***i del cancro”. Una battuta già amara ai tempi, oggi ancora di più.

Come i Migos hanno portato la trap alle masse
I Migos sono stati una forza rivoluzionaria nel rap americano dell'ultimo decennio, e forse il caso di maggior successo nel mondo della cosiddetta trap. Come ha giustamente scritto il New York Times nella notte, Atlanta era già il centro dell'innovazione hip-hop quando sono arrivati i Migos, ma è stato il trio a portare quel tipo di rap al successo nell'era dello streaming, grazie ai ritornelli orecchiabili e al perfezionamento della tecnica del “triplet flow” che puntava a inserire un numero dispari di note cantate sopra un beat 4/4, e ad accelerare le parole mentre il beat rallentava, in un mix apparentemente idiosincratico che funzionava perfettamente. Il risultato è uno strano nonsense meccanico, sempre sospeso tra ironia e inquietudine. E se non sono mancate le critiche – arrivate soprattutto da chi ascoltava hip-hop prima del 2010 – a singoli come “MotorSport”, “Stir Fry” e “Walk It Talk It”, il successo dei Migos è stato indiscutibile, enorme.

Rap e violenza, non più solo Made in USA: da Einar a Baby Gang
Ma torniamo alla violenza, e al rap. Dopo il primo omicidio eccellente della storia dell'hip-hop, quello di Scott LaRock dei Boogie Down Production, pionieri newyorchesi del Bronx, il loro manager aveva dichiarato: “La musica rap e la violenza sembrano andare a braccetto... Ma non è la musica in sé, è l'ambiente. La violenza era qui molto prima dell'hip-hop”. Era il 1987, e se la musica hip-hop ha conquistato il mondo, non sembra essere riuscita a scrollarsi di dosso la violenza delle strade che da sempre ne costituiscono il brodo di coltura. Il problema non è più solo americano, basta ascoltare le storie di vita di Stormzy in Inghilterra. O leggere le cronache che hanno riguardato Einar, prodigio del rap svedese ucciso a 19 anni, o che ancora riguardano rapper italiani come Baby Gang, la cui intera etichetta è stata arrestata dopo l'arcinoto caso dello scontro a fuoco avvenuto lo scorso 7 ottobre a Milano. Fortunatamente da questa parte dell'Atlantico i rapper morti non si contano a decine come negli Stati Uniti. Speriamo non dipenda solo dalle leggi europee sulle armi.

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