Tre ordigni esplosero alle 7.38 nella stazione centrale di Atocha, a Madrid, uccidendo 34 persone. Quegli attimi furono immortalati dalle telecamere di sorveglianza - vedi video a lato
Tre ordigni esplosero alle 7.38 nella stazione centrale di Atocha, a Madrid, uccidendo 34 persone. Quegli attimi furono immortalati dalle telecamere di sorveglianza - vedi video a lato (REUTERS)

Madrid, 11 marzo 2004 - Dieci anni dopo

Dieci bombe esplodono nel cuore della captitale spagnola: muoiono 192 persone, 1'857 rimangono ferite nell'attentato peggiore della storia dell'Europa moderna

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IL COMMENTO di Carlos E. Cué*

È quasi impossibile trovare in Spagna qualcuno che non ricordi di preciso cosa facesse e dove si trovasse quella mattina, quando apprese la notizia che a Madrid c’era stato il peggior attentato della storia di questo paese. La Spagna è purtroppo abituata alle bombe, al terrorismo, alla morte di innocenti, perché per 40 anni ha sofferto quelle dell’ETA, i terroristi dei Paesi Baschi. L’attentato dell’11 marzo del 2004, però, è diverso dagli altri. Non solo per i 192 morti, cifra record in Europa. Non solo perché per la prima volta non era l’ETA, bensì il terrorismo islamico. Ma sopratutto perché l’attentato nella capitale è stato vissuto dagli spagnoli, tutti gli spagnoli, come una cosa propria, vicina, personale. Come un colpo alla famiglia.

I 192 morti erano lavoratori, studenti, giovani, adulti, spagnoli, rumeni, gente che viveva nei quartieri popolari del sud della città. Una sorta di rappresentazione perfetta di quei milioni di spagnoli e immigrati che si alzano presto per attraversare la metropoli per andare al lavoro. Forse per questo è stato vissuto da milioni di cittadini come qualcosa di personale ed è difficile trovare uno spagnolo che non ricordi la sua personale reazione a quanto accaduto quella mattina. Molti hanno aspettato ore in fila per donare sangue per i 1’500 feriti. Altri hanno hanno trovato altre maniere per dare il proprio contributo. E, soprattutto, milioni di spagnoli, almeno 10 in 50 città del paese, sono scesi in piazza a dire “no” al terrorismo, durante quella che è risultata essere la manifestazione spontanea più grande mai vissuta nell’Europa moderna.

Dopo 10 anni, qual è il significato di questo anniversario gli spagnoli? Principalmente dolore e rispetto. Voglia di ricordare le vittime e condividerne la sofferenza. Solo in questo modo si può spiegare il fatto che, anche a distanza di anni, molti piangono ancora quando rivivono quei fatti. È successo di nuovo domenica scorsa, quando Vera De Benito, in televisione in prima serata, ha raccontato la sua storia: aveva 9 anni quando suo padre è morto davanti a casa sua, di fronte alla stazione dove prendeva il treno per andare al lavoro. Oggi quella bambina è una ragazza di quasi 20 anni che parla di speranza, di fede nell’essere umano, di voglia di vivere ed esorta a guardare avanti. Per tutti i suoi connazionali, compresi noi giornalisti che, quei giorni, li abbiamo vissuti accanto alle vittime, nei cimiteri, negli ospedali, nelle loro case per sapere di più, i ricordi di quella fredda giornata di marzo del 2004 sono ancoro troppo forti. E sono perennemente presenti in questo paese vivo, abituato a scendere in piazza per fare festa, non solo per mostrare la propria sofferenza.

*Collaboratore RSI, giornalista e analista di politica spagnola del quotidiano El País



I fatti

Una sigla: 11-M. È quella che gli spagnoli hanno coniato per riferirsi alla mattina dell’11 marzo 2004, quando 191 persone muoiono e 1'857 rimangono ferite nell’esplosione di 10 bombe, collocate su 4 treni locali stipati con migliaia di pendolari che, dalla periferia sud di Madrid, viaggiano verso il centro della capitale. Quattro ulteriori borse sono rinvenute inesplose.
Immediatamente il governo del Partito popolare (PP) di José María Aznar, per scopi elettorali, addossa all’ETA e al nazionalismo basco la paternità degli attacchi mentre gli inquirenti hanno già individuato la matrice islamista. Una menzogna contro la quale si schianta lo stesso PP, sfiduciato sonoramente quattro giorni più tardi dai cittadini chiamati a rinnovare il parlamento nazionale.
Otto attentori, poche settimane dopo, accerchiati dalle forze dell’ordine in un appartamento a Madrid, si fanno saltare in aria. Diciotto persone, maghrebini organizzati in cellule jihadiste, ma anche spagnoli coinvolti nella vendita dell’esplosivo, verranno condannate a pene, già cresciute in giudicato, che vanno dai 3 ai 42'922 anni di carcere.

Video

Le telecamere a circuto chiuso della stazione di Atocha riprendono l'esplosione di tre ordigni su un treno regionale. Le immagini sono state sincronizzate con la conversazione telefonica di una ragazza presente in quel momento

VIDEO - Il servizio del TG della RSI l'11 marzo 2004

VIDEO - L'edizione delle 15 del telegiornale della TVE, la televisione nazionale spagnola, il giorno degli attentati.
Il servizio pubblico spagnolo, su pressione del governo, continuerà per due giorni ad accreditare le responsabilità degli attentati al terrorismo basco, anche a scopi elettorali, tenendo nascosto i risultati delle indagini che evidenziavano la matrice islamica degli attacchi. Anche questo porterà alla pesante sconfitta subita da José María Aznar e dal suo Partito popolare alle politiche il finesettimana seguente.

A Modem, la diretta da Madrid a poche ore dall'attentato

La corrispondenza durante le proteste davanti alla sede del Partito popolare spagnolo a Madrid, sabato 13 marzo 2004

 

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