Sete d'indipendenza catalana

Un mix di ragioni economiche e culturali riaccendono gli animi in Spagna - Il Referendum catalano primo di una serie?

“Non lo faremo a due o quattro mani. Sono molte le mani che lo organizzeranno, convocheranno e celebreranno” così dichiarava il presidente della Catalogna, Carles Puigdemont, lo scorso 21 aprile, firmando un manifesto per rendere pubblico il compromesso del suo governo ad organizzare un Referendum indipendentista. Promessa ribadita due giorni fa, lunedì 22, a Madrid, durante una conferenza in cui il presidente catalano ha assicurato che convocherà la consulta popolare anche in caso di mancato accordo col governo spagnolo. Finora l’esecutivo di Mariano Rajoy non ha concesso spiragli alle spinte secessioniste della Catalogna, evidenziando l’incostituzionalità del Referendum e dicendosi pronto ad adottare ogni misura in suo potere per impedirne la celebrazione.

La battaglia politica degli indipendentisti catalani, fondata su un mix di ragioni economiche e culturali, ha subito un’accelerata negli ultimi anni grazie all’operato di Artur Mas, l’ex presidente del governo catalano. Nel novembre 2014 Mas convocò una consulta popolare sull’indipendenza della Catalogna, non avente valore legale per l’interposizione del Tribunale Costituzionale, che decretò la vittoria del "sì"con l’80,76% dei voti. Nel 2016 è toccato a Puigdemont raccogliere il testimone di Mas alla guida del governo catalano, portando avanti la lotta indipendentista anche sul piano internazionale. Il governo catalano ha infatti cercato di ampliare la base di consensi all’interno dell’UE assimilando le proprie rivendicazioni sovrane a quelle della Scozia in chiave anti-Brexit.

Mario Magarò

 

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