(©Tomaso Clavarino)

Vita e morte di uomini e navi

Lo chiamano "shipbreaking" e viene praticato, soprattutto, tra India, Pakistan e Bangladesh - "Là dove muoiono le navi" (1)

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La loro vita media è di circa trent’anni:  in mare. Poi cargo, petroliere e navi da crociera sono vendute a dei cantieri per essere demolite, in modo anche da ricavare acciaio e altri materiali. Ogni anno circa mille navi vengono smantellante nel mondo. La maggior parte finisce in India, Bangladesh e Pakistan. Il 70% delle navi smantellate annualmente viene portata ad Alang, in India, e a Chittagong, in Bangladesh, dove vengono spiaggiate lungo la costa. Qui imprenditori senza scrupoli sfruttano il basso costo del lavoro e l’assenza di regole in difesa dell’ambiente per massimizzare i profitti.

Qui, ogni anno, decine di lavoratori, per lo più migranti interni, muoiono o subiscono gravi incidenti nei cantieri di Alang e Chittagong dove non esistono misure di sicurezza e i lavoratori sono costretti a smantellare le navi in ciabatte, senza alcuna protezione. Sostanze tossiche - come piombo, olii e amianto - sono riversate quotidianamente in mare e sulla sabbia, andando a distruggere gli ecosistemi locali e la vita di pescatori, agricoltori e allevatori che da sempre vivevano lungo la costa. Il tutto nel silenzio generale della comunità internazionale e nella più totale impunità delle compagnie, per lo più europee, che spediscono a morire le loro navi in Asia per risparmiare sui costi di smantellamento.

“Là dove muoiono le navi” è una serie di quattro puntate nella quale si vuole provare a raccontare quali sono gli effetti di questa attività in Bangladesh e India. Mèta odierna:

Il lavoro è stato realizzato grazie al supporto dello European Journalism Center (EJC)

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