A Baghdad c'è... Symphonia

Viaggio nell'underground musicale della capitale irachena dove chi canta, balla e suona è bollato come "essere immorale"

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Sono dodici. Sono belli, giovani e con la musica nelle vene. Ogni giorno sfidano almeno dieci checkpoint, per passare la linea del Tigri e fare musica insieme. Si chiamano “We Music – Symphonia” e sono uno dei pochi gruppi della scena underground di Baghdad che faticosamente cerca ancora di trovare spazi privati dove esibirsi e che, per ora, ha rinunciato agli spazi pubblici.

Perché “We Music”, gruppo nato nel 2012 come momento di riunione di un gruppo di amici e colleghi dell’Accademia di Musica e dei collegi, maschile e femminile, di arti applicate, e che riassume tutta la vasta composizione etnica e religiosa dell’Iraq contemporaneo, ha dovuto rinunciare a farsi vedere troppo e, di volta in volta, affitta locali, club o alberghi dove si esibisce.  “Per non fare parlare quelli che ci vedono come il fumo negli occhi – spiega la cantante Ramsina Shamshun, cristiana – perché facciamo un’attività illecita, haram, immorale, in promiscuità”.  A riprova del clima di caccia alle streghe per chi si dedichi ad arte, balletto e musica, basti pensare che le Accademie di Baghdad sono protette da barriere anti-bomba e che ufficiali dell’esercito picchettano lì davanti notte e giorno. E che, nel 2013, i negozi di alcool, sono già stati soggetti ad attacchi suicidi,

Proprio per reagire al clima imperante, il gruppo si impone prove giornaliere a cui non manca nessuno. E, da buon gruppo underground, mantiene la sua specificità suonando sottoterra. Ahmad Abbas, il direttore e ideatore, dice: “Abbiamo trovato una delle sale cinematografiche popolari ai tempi di Saddam. Degli amici da tempo avevano creato uno studio di registrazione lì dove una volta c’era la platea. Così abbiamo deciso di affittarlo noi per una cifra ridicola”.

Ed è qui, a ridosso del quartiere al-Kadhimya, nell’omonimo distretto, che Ahmad, Ramsina, Johanna, Zeinab e tutti gli altri ripartono da zero con molto coraggio. A benedire le loro prove ci sono due statuette di Ray Charles ed Ella Fritzgerald, che qualcuno ha portato qui, insieme a una delle vecchie pizze da 35mm e a un Corano in bella vista.

“Siamo orgogliosi di essere iracheni”, dicono tutti, nessuno escluso. Sognano tutti l’estero, odiano l'IS e la politica, sperano nel futuro e darebbero la vita per la loro unica, vera religione: la musica.

Laura Silvia Battaglia

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