Gabès, il diritto a respirare

La città vive un paradosso: ospita il più grande complesso industriale di Tunisia , ma i suoi disoccupati aumentano di anno in anno

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A Gabès, un’antica città berbera alle porte del deserto tunisino sorta intorno ad un’oasi naturale, il 2011 è un ricordo lontano. In occasione del decimo anniversario della rivoluzione, il ritornello è sempre lo stesso: “Qui non è cambiato niente”. Ai tempi di Ben Ali, negli anni ’70, lo Stato decide di installare a Gabès il più grande complesso industriale del Paese, uno dei più importanti del Mediterraneo e del continente africano: trenta industrie chimiche concentrate in 1,5 chilometri quadrati, a poche centinaia di metri dalla zona abitata. A Gabès si lavorano fluoro, fosfato, idrocarburi. “Non sappiamo neanche più che cosa producono tutte queste fabbriche”, riassume un abitante di Ghannouch, il quartiere più vicino alla zona industriale, indicando i camini bianchi e rossi. “Fruttiamo alle casse dello Stato, veniamo sacrificati in nome di qualche punto del PIL”, spiega Khayreddine Dabaia, attivista per l’associazione locale Stop Pollution.

Cinquant’anni più tardi, la promessa di ottenere un posto di lavoro in fabbrica è andata in fumo. Dal 2012 non è più stato assunto neanche un operaio, così la fila dei giovani disoccupati si allunga di giorno in giorno. Il tasso di disoccupazione della regione sfiora ormai il 25%, il terzo più elevato del paese. Nel frattempo decenni di emissioni tossiche hanno distrutto il fragile equilibrio ambientale e sociale che garantiva stabilità ad una popolazione semplice, composta da famiglie di pescatori e contadini rimasti senza terre coltivabili. La principale fonte di inquinamento è proprio il Gruppo Chimico Tunisino, un’industria di proprietà dello Stato, all’origine del 95% delle emissioni tossiche in atmosfera secondo un rapporto della Commissione Europea. “Siamo arrivati al punto in cui chiediamo lavoro per pagarci il medico che ci cura i polmoni”, conferma una manifestante. A dicembre gli abitanti di Gabès sono tornati in piazza per attirare l’attenzione del governo su un modello di sviluppo destinato al fallimento.

Arianna Poletti

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