L'iniziativa sulla giustizia punta a introdurre un sistema basato su un sorteggio qualificato per designare i magistrati dell'alta corte di Losanna
L'iniziativa sulla giustizia punta a introdurre un sistema basato su un sorteggio qualificato per designare i magistrati dell'alta corte di Losanna (keystone)

Giudici per caso

Un sorteggio per designare i giudici del Tribunale federale? La posta in gioco e il dibattito legati all'iniziativa in votazione il prossimo 28 novembre

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Non sarebbe una tombola e nemmeno una riffa, assicurano i promotori, per i quali è tuttavia arrivato il momento di fare entrare in gioco anche la sorte nella composizione della più alta istanza giudiziaria svizzera, affinché la giustizia diventi ancora più giusta e ancora più trasparente. Giustizia e fortuna, le dee greche Dike e Tyche, dovrebbero insomma prendersi per mano lungo la strada che porta a Losanna, aprendo un corso completamente nuovo, e probabilmente inedito a livello planetario, per chi vuole ambire alla corte suprema.

L'iniziativa sottoposta al popolo prevede un sorteggio per la designazione dei giudici del Tribunale federale
L'iniziativa sottoposta al popolo prevede un sorteggio per la designazione dei giudici del Tribunale federale (srf)

Anche l’attuale sistema di elezione dei giudici del Tribunale federale è in realtà una peculiarità tutta svizzera, tra regole non scritte di affiliazione ad un partito, partiti che incassano “tasse” (fra virgolette perché versate a titolo volontario) dai “loro” magistrati (fra virgolette in onore della sacrosanta separazione dei poteri) e giudici che ogni sei anni si ripresentano dinanzi al Parlamento per essere rieletti.

Orbene se questo modello made in Switzerland ha retto senza (grossi) problemi per quasi 200 anni, perché mai cambiarlo? Quali sono le sue criticità? Quelle che andremo a votare il 28 novembre prossimo, sono le risposte giuste? Intanto vediamo il progetto nel dettaglio.

Votazioni del 28 novembre e iniziativa sulla giustizia: il video esplicativo di EasyVote

Indipendenti esclusi

Sgombriamo il campo dagli equivoci. I giudici, attestano fior di rapporti e valutazioni, lavorano e sentenziano in modo indipendente. Se però col termine “indipendenti” intendiamo coloro che non sono affiliati ad un partito, sorge un problema.

La Commissione parlamentare giudiziaria seleziona e propone alle Camere nominativi che non solo hanno dato prova di necessaria formazione e competenza. Fra i criteri di scelta figurano anche la lingua, il genere, la provenienza geografica e… il colore politico, affinché le sensibilità che compongono il Legislativo vengano rappresentate anche nelle corti. Per Karin Stadelmann, del comitato d’iniziativa e granconsigliera lucernese per l’Alleanza del Centro, le procedure vanno cambiate affinché i concorsi “siano solo ed esclusivamente per giudici”.

 

Fra gli esclusi illustri, senza scartabellare troppo gli archivi, c’è il giudice friburghese Hugo Casanova, indipendente candidatosi due volte al Tribunale federale - nel 2009 e nel 2012 - a quanto pare senza nemmeno essere mai stato convocato dalla Commissione giudiziaria. Cosa sia successo esattamente e perché non lo si saprà probabilmente mai. Il presidente della Commissione Andrea Caroni tuttavia spiega: “Se un candidato è senza partito gli chiediamo per quale corrente simpatizza, per poter rappresentare la pluralità delle opinioni della popolazione”.

 

Ma affidando alla sorte l’elezione dei giudici, benché precedentemente selezionati da una commissione tecnica (nominata dal Governo come chiede il progetto in votazione), non si rischia di avere corti composte prevalentemente di uomini, donne, svizzero-tedeschi, esponenti di destra o sinistra a dipendenza delle lune della dea bendata e in barba agli equilibri pure perseguiti dagli iniziativisti? No, risponde il comitato promotore, perché più ampio è il ventaglio di candidati più alta è la probabilità che la pluralità venga rappresentata. Se c’è un rischio è nel breve-medio periodo, aggiungono. A lungo andare le regole della probabilità appianano il tutto.

Critiche o pressioni?

I giudici del Tribunale federale (ma non solo loro) subiscono pressioni dai loro partiti. Ne è convinto il comitato d’iniziativa, che definisce questo modo di fare “indegno di uno Stato di diritto”.

 

Stojanovic si riferisce in particolare al caso di Yves Donzallaz, giudice eletto una decina di anni fa in quota UDC e scaricato dal partito nel settembre 2020. Il magistrato non solo era stato contestato per un paio di sentenze (riguardanti il primato del diritto internazionale sulle nuove norme che regolano l’immigrazione in Svizzera e la trasmissione di dati di clienti UBS alle autorità giudiziarie francesi). Donzallaz perse il sostegno del gruppo parlamentare al momento della sua rielezione. “Lo abbiamo criticato non per politicizzare la giustizia ma perché è la giustizia che ha iniziato a far politica", ha affermato il capogruppo dei democentristi in Parlamento Thomas Aeschi. “È stato lui a chiamarsi fuori dal partito”, ha inoltre dichiarato il presidente nazionale UDC Marco Chiesa.

Sia come sia, i contrari all'iniziativa sostengono: le sentenze in Svizzera sono sempre state indipendenti, in questo caso il giudice è stato rieletto, il sistema si è difeso. E Karin Keller-Sutter aggiunge: "L’accaduto è stato garanzia per la sua rielezione”.

 

Le prime insofferenze da parte della politica risalgono in realtà agli inizi degli anni Novanta e non è solo l’UDC ad averle manifestate (anche se il caso Donzallaz è ormai da tutti riconosciuto come il più emblematico). I giudici che a maggioranza sentenziarono contro il crocifisso nelle aule scolastiche, per esempio, vennero rieletti dal Parlamento con meno voti e - afferma un membro dell’allora collegio giudicante - il PPD non nascose il suo disappunto contattando (ma questa circostanza non è verificabile) un suo collega prima della sentenza. Sul piano cantonale, invece, il giudice friburghese Alexandre Papaux rassegnò nel 2010 le sue dimissioni dal PS, provocando l’ira del partito.

Le sentenze sono indipendenti, assicurano tutti. “I partiti -ha recentemente dichiarato al Blick un ex presidente del Tribunale cantonale di Zurigo -provano tuttavia a far passare le loro sensibilità nella giurisprudenza, e lo fanno in modo sottile”.

Il GRECO e quella tassa più o meno volontaria

A complicare il tutto ci si mette poi la cosiddetta “tassa di mandato”, contributo versato a titolo volontario dai giudici ai loro partiti di riferimento. Questa la spiegazione: in Svizzera le coalizioni non ricevono finanziamenti statali, è uno dei loro mezzi di sostentamento. Ma quanto incassano annualmente?

Secondo ricerche giornalistiche di SRF e del Matin Dimanche presso le varie segreterie, fra giudici federali e cantonali è il PS a ricevere i maggiori contributi: 200mila franchi (il singolo versamento più alto ammonta a 15mila). Seguono i Verdi con 100mila franchi (il contributo più alto è tuttavia anche quello più cospicuo di tutti, fra quelli dichiarati, sul piano nazionale: circa 21mila franchi). Per quanto riguarda l’Alleanza del Centro si scende a 65mila franchi, mentre il PLR ne incassa 35mila, i Verdi liberali 30mila. L’UDC non ha voluto fornire cifre.

La questione, un mezzo tabù in Svizzera, è osservata con occhio particolarmente critico dall’autorità anticorruzione del Consiglio d’Europa, il GRECO, che a più riprese ha chiesto alla Confederazione di abbandonare questa consuetudine. In Parlamento è però pendente un’iniziativa targata PLR per la sua abolizione. Non basterebbe questo passo per allontanare in modo chiaro i partiti dalle corti? “Non è una bella cosa, i cittadini sono scandalizzati, ma il problema non è solo quello”, risponde Nenad Stojanovic.

 

Rielezione a vita?

La Svizzera si distingue da tutti gli altri Paesi anche per il periodo in cui i giudici restano in carica. Il mandato non è a vita, non dura fino alla pensione, è invece valido sei anni, dopodiché il Parlamento procede al rinnovo. Sono rarissimi i casi in cui giudice non è stato rieletto. Ciononostante i promotori dell’iniziativa (il cui testo prevede un mandato fino a cinque anni dopo l’età di pensionamento) ritengono questo sistema un ulteriore mezzo di pressione sui magistrati.

È giusto procedere alla rielezione? “È la necessaria legittimazione democratica profondamente ancorata alla cultura svizzera”, risponde la consigliera agli Stati Heidi Z'graggen (Centro/UR).

 

Il sistema perfetto non esiste. Il Parlamento ha tuttavia rinunciato ad elaborare un controprogetto che affrontasse le criticità di quello in vigore nella Confederazione. L’iniziativa per la giustizia ha intanto avuto il pregio di far conoscere un meccanismo tutto svizzero di cui finora si era parlato ben poco.

Meglio stravolgere gli equilibri che han retto per quasi 200 anni oppure procedere in altra sede con interventi mirati, laddove verrà ritenuto più opportuno? La sentenza il 28 novembre, al termine della camera di consiglio dei cittadini.

 
Gian Paolo Driussi
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