(©Italo Rondinella)

I cento giorni del solo Erdoğan (2)

Viaggio nella Turchia di oggi e nella crisi economica che sta creando non pochi problemi e che non risparmia neppure il Gran Bazar

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Da quando è salito al potere in Turchia, più di 15 anni fa, Recep Tayyip Erdoğan ha fatto dei successi dell’economia il vanto dei suoi governi. Dopo l’intervento del Fondo Monetario Internazionale che all’inizio degli anni Duemila gli ha spianato la strada, il pil pro capite è triplicato. Il suo governo era considerato un esempio di convivenza tra Islam, democrazia e capitalismo. È proprio per questo che le difficoltà degli ultimi mesi, evidenziate dal crollo verticale della lira turca, rappresentano per il leader turco uno smacco ancora più pesante. A 100 giorni dalla sua rielezione, stavolta con i nuovi vastissimi poteri attribuitigli dalla riforma costituzionale presidenzialista, Erdoğan insiste nella battaglia contro l’aumento dei tassi d’interesse, denunciando un complotto internazionale contro la sua ‘Nuova Turchia’. Ma Ankara è già stata costretta a intervenire per rassicurare gli investitori, peggiorando le stime su crescita e inflazione per i prossimi tre anni e annunciando misure di austerità, tra cui il blocco di molte grandi opere programmate ma non ancora partite.

 

A preoccupare i mercati è stato anche l’allontanamento di alcune figure ritenute di garanzia dal governo, come l’ex vicepremier Mehmet Şimşek, per affidare le chiavi della politica economica al nuovo superministro del Tesoro e delle Finanze: Berat Albayrak, il genero di Erdoğan. Le ricadute sulla vita quotidiana della popolazione sono state immediate, con l’inflazione ufficiale schizzata verso il 20% e diverse grandi aziende indebitate all’estero in difficoltà. I prossimi mesi saranno quindi cruciali per capire se la Turchia riuscirà a riconquistare la fiducia dei mercati ed evitare la definitiva esplosione di una profonda crisi economica e sociale.

Cristoforo Spinella

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