I sistemi per la difesa aerea hanno fruttato parecchio alla Confederazione
I sistemi per la difesa aerea hanno fruttato parecchio alla Confederazione (Keystone/Jona Mantovan)

Il business della guerra divide

La mappa delle esportazioni svizzere di materiale bellico; ONG preoccupate da un possibile allentamento della legge

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La Svizzera ha esportato lo scorso anno quasi mezzo miliardo di franchi in materiale bellico. Fucili, munizioni, blindati, bombe, missili e, soprattutto, costosi sistemi per la difesa aerea sono stati venduti in 64 paesi e in tutti e cinque i continenti, come mostra la cartina interattiva pubblicata di seguito.

 

(APRI LA MAPPA IN UNA NUOVA FINESTRA)

Numeri in crescita, che fanno sorridere le aziende ma che nel contempo hanno fatto saltare la mosca al naso alle organizzazioni per la difesa dei diritti dell’uomo.

“A noi non interessano le cifre, ma i paesi verso i quali le armi sono state esportate, i loro utilizzatori finali e se esiste il rischio che il materiale bellico venga usato per commettere abusi”, chiosa Alain Bovard, giurista di Amnesty International (AI).

Un rischio che secondo lui esiste eccome: “L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi sono implicati nel conflitto in Yemen. Checché ne dicano le nostre autorità, io non ho garanzie che le armi che abbiamo esportato lì non saranno usate un giorno in questa guerra”.

Anche le esportazioni in Turchia, agli occhi di Amnesty, pongono problemi. Lì la Svizzera ha venduto materiale bellico per quasi 650'000 franchi. Cifre contenute, ma ad essere problematica per AI è la tipologia di parte delle merci esportate: armi leggere e munizioni. “A chi verranno date in dotazione? – si chiede Bovard - Nel sud-est del paese (a maggioranza curda, ndr.) le forze militari hanno spesso compiuto violazioni nei confronti dei civili”.

Alain Bovard
Alain Bovard (rts.ch)

La Svizzera, come sottolineato dalla stessa SECO (guarda il servizio del telegiornale), è tuttavia uno dei pochi paesi che verifica in loco le condizioni di impiego delle merci esportate e l’adempimento degli obblighi di non riesportazione . “Sì, e per fortuna che questo avviene – continua il portavoce di AI -. Ma perché lo fa? Poiché sono già stati segnalati abusi: veicoli blindati di tipo Piranha sono stati usati in Iraq, in Libia i ribelli hanno impiegato munizioni prodotte dalla Ruag e granate prodotte dalla Svizzera sono state ritrovate in Siria”. I controlli sono stati rinforzati, ma “gli ispettori elvetici non possono essere ovunque”.

I timori delle ONG

A preoccupare Amnesty e altre ONG non sono però solo le statistiche pubblicate ieri da Berna. L’industria e parte della politica premono infatti per un allentamento delle norme sulle esportazioni di materiale bellico.

Un postulato del ginevrino Roger Golay (MCG-Movimento dei cittadini; destra) potrebbe infatti fungere da ariete per un’ulteriore deregolamentazione dopo quella del 2014. Nel frattempo, l’industria rossocrociata porta avanti un lobbismo attivo, con i principali rappresentanti del settore (Ruag e Mowag in testa) che hanno già incontrato a più riprese le commissioni della politica di sicurezza per discutere la possibilità, ora preclusa, di esportare materiale bellico anche in paesi teatro di conflitti interni. Il motivo? Il settore vive una situazione delicata, sostengono le aziende, e in gioco ci sarebbero migliaia di posti di lavoro.

“La tendenza alla deregolamentazione non è nuova – continua Bovard -. Quello che mi spaventa è che è bastato che una delegazione di industriali sia riuscita a farsi invitare a parlare davanti ad una commissione parlamentare, per spingere il Governo ad agire su questo fronte”.

Il peso di Ignazio Cassis

Il cambio di rotta pare inevitabile, soprattutto dopo l’elezione di Ignazio Cassis. Sotto la cupola di Palazzo federale si vocifera da più parti che il ministro ticinese sia favorevole ad allargare le maglie dell’attuale normativa.

Un cambio di paradigma rispetto all’epoca di Didier Burkhalter: con lui – raccontano i ben informati – votazioni su temi del genere si risolvevano sempre con un quattro contro tre, con l’ex ministro neocastellano schierato con il fronte dei contrari. Le cose potrebbero ora prendere una piega differente, con buona pace delle ONG.

Ludovico Camposampiero

Cartina interattiva di Ludovico Camposampiero e Jona “Pixel” Mantovan

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