Il dialogo tra biodiversità e finanza

La perdita degli ecosistemi minaccia la stabilità economica e finanziaria, secondo le banche centrali – L'approfondimento tra natura e investimenti sostenibili

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La perdita di biodiversità e la distruzione degli ecosistemi minacciano la stabilità dei sistemi economici mondiali. A dirlo, in un recente rapporto, è il network NGFS, che raggruppa le banche centrali e le autorità di vigilanza finanziaria. Se infatti i discorsi e gli sforzi generali sembrano concentrarsi quasi esclusivamente sul cambiamento climatico, la perdita di biodiversità è considerata altrettanto dannosa anche a livello economico, ma è perlopiù sottostimata – rilevano le autorità monetarie e finanziarie.

Lo sa bene chi si occupa di studiarla la biodiversità e che con un singolo esempio ci fa capire le dimensioni del fenomeno: “Abbiamo stimato che in Svizzera l’impollinazione porta un valore aggiunto all’agricoltura dai 300 ai 400 milioni all’anno – ci spiega tra i fiori di ciliegio il responsabile Paesaggi agricoli e biodiversità di Agroscope Felix Herzog. Possiamo paragonare la biodiversità al mercato finanziario: se vogliamo investire senza troppi rischi, dobbiamo diversificare il nostro portafoglio ed è così anche per la biodiversità, se vogliamo ridurre i rischi bisogna avere una varietà di specie che possono sostituirsi l'un l'altra”.

 

Qui a Wädenswil sulle rive del lago di Zurigo, nella storica azienda frutticola Bütler, i ricercatori svizzeri hanno avviato un monitoraggio degli insetti impollinatori nell’ambito del progetto europeo SHOWCASE. Obiettivo: conciliare protezione della biodiversità e agricoltura.

La similitudine con la finanza non è però certo casuale, anche perché – come sottolineato dalle proteste climatiche e rilevato dal rapporto NGFS – il ruolo del sistema finanziario è centrale nella difesa dell’ambiente, tanto sul clima quanto sulla perdita di specie e habitat.

Il boom della finanza sostenibile

Da parte sua la finanza non sembra restare con le mani in mano: “A fine 2020 il numero dei fondi cosiddetti sostenibili – ci spiega la responsabile area finanze del Centro studi bancari Villa Negroni di Vezia Helen Moggi – , ovvero quelli che hanno la certificazione ESG (environmental, social and governance), hanno superato i fondi non sostenibili e quindi c'è veramente una forte crescita anche a livello internazionale”.

Uno sviluppo importante confermato anche da chi sul campo ci lavora: “Attualmente abbiamo circa il 70% degli investimenti che sono certificati ESG – afferma il vicedirettore e responsabile gestione patrimoniale di BancaStato Enrico Bertozzi. In realtà non abbiamo fatto dei grandissimi cambiamenti, è stato praticamente il mercato che si è evoluto in questa direzione. Automaticamente gli investimenti presenti venivano modificati e resi compatibili, quindi, la nostra esposizione verso questo settore è sicuramente costantemente aumentata, soprattutto negli ultimi due anni”.

Ma quanto sono davvero sostenibili questi titoli, e quanto sono affidabili le certificazioni e gli enti che le emettono? “In realtà non esiste l'investimento sostenibile – spiega ancora Helen Moggi –  perché ognuno ha un suo sistema di valori e quindi quello che è un investimento sostenibile per me potrebbe non esserlo per lei. Magari io do più importanza ai fattori sociali, mentre considero meno quelli ambientali e così via”. E per quanto riguarda le certificazioni? “Esistono degli enti che certificano un investimento, ad esempio un fondo, e stabiliscono se è sostenibile o meno. Il problema è che non ci sono ancora degli standard veramente condivisi e neanche dei parametri di misurazione condivise. E quindi è veramente difficile e sicuramente resta molto da fare a questo livello”.

L’ottimismo di chi lavora sul campo, pur confermando la necessità di meglio stabilire i requisiti delle certificazioni, è però palpabile: “Credo che ci sarà sempre più interesse verso questo tipo di investimenti, non solo a livello di ambiente, ma anche di governance, di parità di genere, … E credo che, se mi passate il termine, forse al momento più la finanza che non la politica, per una volta” conclude Bertozzi.

L’attendismo della FINMA
L’interesse come scritto è alto, la preoccupazione ambientale anche, ma per ora chi è chiamato a vigilare sui mercati finanziari resta decisamente prudente. La FINMA, l’autorità svizzera di vigilanza, interrogata sul tema biodiversità ci ha risposto per iscritto che in effetti, pur sottolineando che il cambiamento climatico resta la prima preoccupazione, “la perdita di biodiversità è sempre più tematizzata nel mondo della finanza come un rischio ambientale che può influire negativamente sui mercati finanziari”.  

 

Al contempo però la FINMA sottolinea pure come questi rischi debbano essere oggetto di ricerche supplementari "al fine di meglio comprendere i meccanismi complessi che generano conseguenze sui sistemi finanziari. Se i rischi finanziari legati alla perdita della biodiversità saranno confermati, gli strumenti di sorveglianza classica entreranno in atto”.  Insomma, rischio riconosciuto, ma per ora tenuto solo sott’occhio.

Le sfide future

“Da parte mia – afferma ancora Felix Herzog di Agroscope – constato che nelle intenzioni tutti vogliono preservare la biodiversità e tutti sono d'accordo: gli agricoltori, le ONG, il pubblico, la grande distribuzione e la società in generale. Le discussioni riguardano il tipo di misure da intraprendere e la rapidità di adozione. In questo contesto noi ricercatori possiamo fornire certamente ulteriori informazioni, ad esempio con progetti come quello sugli impollinatori possiamo fornire nuove soluzioni per la protezione della biodiversità”.

È quindi su questi strumenti e sulle aziende che si impegnano in questo ambito che bisognerà investire e, come visto, almeno in parte il mondo finanziario sembra disposto a farlo. Una strada che non è però priva di ostacoli: “Un problema è che mancano i dati – spiega ancora Helen Moggi: le imprese sono abituate a pubblicare dati prevalentemente finanziari e mancano quindi quelli su altre dimensioni come quelle ambientali e sociali. Inoltre come detto gli standard vanno uniformati. Resta poi anche un altro problema, quello della formazione, sia da parte del privato che investe, sia da parte dei fornitori di prodotti finanziari” conclude l’esperta.

Dario Lanfranconi e Cinzia Rigamonti
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