Il terremoto dimenticato

Trent'anni dopo la devastazione - i morti furono 25'000 - diecimila persone vivono ancora nelle baracche. Vahan Tumasyan le aiuta

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Il 7 dicembre del 1988 la terra, in Armenia, tremò in modo violentissimo. Un terremoto di magnitudo sette, con epicentro nel nord del Paese, nella regione di Shirak, distrusse le cittadine di Spitak e Vanadzor, oltre al capoluogo regionale, Gyumri, il secondo centro del Paese per numero di abitanti. Allora si chiamava Leninakan.

Ci furono 25.000 vittime, di cui 15.000 nella sola Gyumri. Il sisma dell’Armenia ebbe vasta eco internazionale, dato che l’allora segretario del Partito comunista, Mikhail Gorbaciov, fece appello alla comunità internazionale per ottenere soccorsi e aiuti, rompendo con la prassi sovietica. Gorbaciov, per la ricostruzione, mise sul piatto molte risorse. In un certo senso, lo sforzo per l’Armenia terremotata fu l’ultimo, grande progetto edilizio e sociale della superpotenza comunista, che appena tre anni più tardi avrebbe cessato di esistere, dopo 71 anni.

La fine dell'URSS, la fine degli interventi

Crollata l’URSS, la ricostruzione si fermò. La gestione della faccenda passò all’Armenia indipendente. Un Paese nuovo e povero, prostrato tra l’altro dalla guerra, deflagrata all’inizio del 1992, con il vicino Azerbaigian per il controllo del Nagorno-Karabakh, fazzoletto di terra a maggioranza armena controllato allora dagli azeri (il conflitto fu vinto dall’Armenia).

A trent’anni dalla grande scossa del 1988, Gyumri, 150.000 abitanti, è ancora schiacciata dal peso di quell’evento drammatico. Non tanto a livello urbanistico, perché la ricostruzione c’è stata, quanto piuttosto sul piano economico e sociale. La città è molto povera, e si contano ben 10.000 persone che, persa la casa nell’88, non ne hanno più avuta una. I terremotati vivono in container o misere baracche. Abbiamo incontrato alcune famiglie, assistite da trent’anni da Vahan Tumasyan, coordinato della Ong Shirak Kentron. “Dopo il terremoto, io e alcuni amici ci chiedemmo perché fossimo sopravvissuti. La risposta alla domanda che ci ponemmo sta nel lavoro volontario che facciamo per queste persone”, ha spiegato Tumasyan.

Matteo Tacconi

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