L'Evros, tra Europa e Asia (2)

Pagano fino a 2000 euro per attraversare il fiume, ma molti vi annegano. Il dottor Pavlos Pavlidis li raccoglie e cerca di ridar loro un'identità

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Il medico legale Pavlos Pavlidis tiene la contabilità di quanti annegano nel fiume Evros, tentando di raggiungere la Grecia. «Dal 2000 abbiamo ritrovato quasi 400 cadaveri lungo le sponde del fiume», dice aprendo un file nel suo ufficio dell’ospedale di Alessandropoli, dove il fiume si getta nel mare Egeo. «Lo scorso anno mi hanno portato otto corpi. Nei primi sei mesi di quest’anno siamo già arrivati a 15. Di questo passo torniamo ai numeri del 2012, quando i morti sono stati 50», prosegue mentre una collaboratrice gli passa una telefonata. La Polizia gli comunica il ritrovamento di un altro cadavere, restituito dai fondali del fiume. «Probabilmente è lì da settimane. Di solito vengono tirati su dai pescatori o avvistati direttamente dagli agenti che pattugliano i confini. Il problema è identificarli. Dopo così tanto tempo il volto è cancellato dall’acqua e dai pesci».

 

Nella prima metà dell’anno sono già oltre 3000 gli ingressi registrati dentro il confine greco. Arrivano tutti dall’Evros, la porta orientale d’Europa. Sulla sponda opposta a poche decine di metri, c’è la Turchia, dove decine di migliaia di persone restano in attesa per giorni o settimane, prima di fare la traversata che li porterà in Europa. «Ho pagato un trafficante. Ogni giorno rimandava la partenza al giorno successivo. Gli ho dato 2000 euro», racconta Mohamed, di origini pakistane e appena arrivato nel centro di detenzione di Fylakio.  

Da diciotto anni Pavlos Pavlidis si dedica a dare un nome agli scomparsi dell’Evros. Per farlo si serve del Dna e di qualche effetto personale, come collanine, anelli, numeri di telefono o un tatuaggio. Così prova a stabilire la provenienza e mettersi in contatto con i familiari. «È un lavoro lungo e difficile. Sono riuscito a identificare 103 persone, ma in molti casi è impossibile. I genitori aspettano una chiamata che non arriva, perché il proprio figlio è qui. È una notizia tremenda, ma almeno è una risposta e questo mi dà la forza di andare avanti».

Gilberto Mastromatteo - Massimo Lauria

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