La Guinea, dall'ebola al Covid-19

Dimai Ouo Kpamy è un medico. Quando la febbre emorragica si manifestò nel suo Paese si mise a disposizione. Lo è anche oggi, ma...

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Il dottor Dimai Ouo Kpamy è uno specialista di sanità pubblica. Nel 2014, all'inizio della grave epidemia di ebola in Guinea Conakry, si prestò come medico volontario per lavorare in prima linea. In quei tre anni, dal 2013 al 2016, a causa del virus il Paese pagò un grande tributo con 2'543 vittime su 3'811 casi, oltre alla grave crisi economica che colpì una nazione inserita al 174° posto al mondo per Indice di Sviluppo Umano secondo l’UNDP (Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo).

 

Oggi quella terribile esperienza è stata capitalizzata dalla Giunea Conakry nella lotta al coronavirus. Dopo un primo preoccupante picco di contagi registrato tra marzo e aprile, l’emergenza sanitaria si è stabilizzata. I guineani non hanno fatto altro che rimettere in moto una macchina già rodata con l’epidemia di febbre emorragica, sia sull’individuazione rapida delle catene di contagio, sia per le misure d’isolamento e cura con la riapertura dei centri di trattamento sparsi sul territorio.

Nonostante permangono dubbi sui dati diffusi dalle autorità riguardo ai contagiati - c’è infatti solo un centro in tutto il Paese per realizzare test - la Conakry sembra lontana dall’epicentro del virus. Intanto il piccolo Statp dell’Africa Occidentale si è mosso anche sulla questione vaccini. Lo scorso 30 dicembre ha iniziato una campagna sperimentale con il controverso vaccino russo Sputnik V. Conakry ha annunciato di averne già ordinate 2 milioni di dosi che andranno a medici e persone più vulnerabili e di essersi rivolto anche a Pechino per la successiva distribuzione di massa.

Davide Lemmi - Marco Simoncelli

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