Nella terra degli yak (di Alessandra Spataro)

La Svizzera punta sullo yak

Un contributo elvetico aiuta la Mongolia a combattere la progressiva desertificazione della steppa

domenica 14/01/18 07:53 - ultimo aggiornamento: mercoledì 17/01/18 11:23

I nomadi della Mongolia vivono da secoli a stretto contatto con la natura, seguendo i suoi ritmi: inverni rigidi ed estati molto corte. La vita dei pastori, parliamo di un milione e mezzo di persone su un totale di tre, dipende completamente dal bestiame: pecore, montoni, cammelli (al Sud), capre e yak.

Il numero di capre negli ultimi anni è aumentato considerevolmente, a causa dell’alta richiesta di lana in cachemire. I nomadi si sono adattati al mercato, ma tutto questo ha avuto una conseguenza visibile e preoccupante: la desertificazione della steppa.

 

Sono 27 milioni le capre censite nel paese grande oltre 30 volte la Svizzera. Questi animali calpestano e strappano la già poca erba che ricopre i pascoli. Nel 2004, la Direzione dello sviluppo e della cooperazione ha avviato un progetto volto a tutelare questi spazi, fondamentali per la sopravvivenza sia dei nomadi sia del bestiame.

Il progetto "Green Gold", come ci hanno spiegato la console a Ulaan Baatar Gabriella Spirli (di Genestrerio) e il suo team, è stato pensato per gestire al meglio i pascoli, ma non solo, anche a spingere i pastori a scegliere altri animali da allevare come per esempio il cammello o lo yak.

Ed è proprio lo yak il protagonista del nostro reportage. Animale tranquillo, ama vivere in altitudine e dove il clima è particolarmente freddo. Viene usato per produrre latte e suoi derivati, ma non solo. La carne di questo bovino viene molto apprezzata nel paese, ed è basilare per molti piatti della tradizione.

In maggio poi, con l’avvicinarsi dell’estate, se pettinato si ottiene una lana morbidissima quanto il cachmere. Lo yak è quasi diventato un simbolo: quello della sostenibilità e dell’ecologia, al di fuori dalle logiche del mercato.

Alessandra Spataro

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