(©Marco Carlone)

La metamorfosi di Karosta

Storia di un’ex-base militare sovietica che in Lettonia, da città fantasma, si sta trasformando in un distretto artistico

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Adagiata sulla costa baltica della Lettonia a 70 km dal confine lituano, Karosta nasce come base navale sotto l’impero zarista a fine ‘800 e svolge questa funzione anche durante l’occupazione nazista nella Seconda Guerra Mondiale. Quando l’Armata Rossa libera il Paese, i sovietici modernizzano le obsolete strutture presenti e fanno di Karosta una città chiusa: per entrare e per uscire servono permessi ufficiali, spesso difficili da ottenere.

Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, Karosta viene inglobata dalla vicina Liepāja, terza città più popolosa della Lettonia. I russi se ne vanno solo nel 1994, lasciando dietro di sé un arcipelago di casermoni squadrati e l’icona di Lenin sulla facciata della chiesa ortodossa. L’ex base militare acquisisce subito la nomea di quartiere malfamato e pericoloso, piagato da alcolismo, crimine e contrabbando. Gli abitanti di Liepāja non vi si recano mai dopo il tramonto. Karosta è a pieno titolo una città fantasma, uno di quegli agglomerati urbani sprofondati in crisi d’identità dopo il collasso del comunismo. Dei fasti dell’epoca zarista rimangono solo i bunker decrepiti che affiorano dal mare.

Palingenesi post-sovietica

Negli anni 2000 la Lettonia si rifà il trucco e Karosta con lei. Oggi l’attrazione principale è la prigione, meta di culto per il dark tourism. Pagando il biglietto si può viaggiare nel tempo per rivivere l’esperienza dei prigionieri reclusi nelle carceri sovietiche, facendosi insultare, minacciare e strattonare da guardie vestite con uniformi d’epoca. I turisti più coraggiosi possono anche fermarsi la notte, che passeranno insonni tra urla, ingiurie e interrogatori continui. Fuori dalla prigione, tuttavia, c’è un’altra Karosta. Più silenziosa e più colorata.

Una comunità di letterati, pittori e perfomer mira a cambiare l’immagine di Karosta trasformandola in un distretto creativo. Tra loro, Andra Manfelde, un nome di grido per la letteratura underground lettone. È una degli artisti che hanno trovato il proprio Eden a Karosta. Perché proprio qui? “La prima impressione fu come di un posto irreale: tutti questi condomini parevano usciti da uno scoppio nucleare. Erano gli anni ’90, anni pazzi. E questo luogo mi si attaccò all’anima”, ricorda la scrittrice.

Marco Carlone

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