La pandemia che non si sente (3)

Le persone che vivevano a Codera fino agli anni Cinquanta erano 400. Oggi ne sono rimaste dieci ma la pandemia ha portato i "montanari digitali"

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Prosegue - qui sul web e ad Albachiara - il nostro viaggio tra gli "Isolati da sempre". Lasciate le rive del Mediterraneo da dove eravamo partiti  lo scorso 10 marzo (avevamo visitato Ginostra ) e dopo esserci trasferiti sulle Alpi - ad ovest - (a Chamois) oggi andiamo sul versante est delle Alpi, a Codera, dove si arriva solo... con una mulattiera.

Il paese delle aquile randagie

“Ieri mi recai a Bresciadega per alcune faccende. Salendo lungo la valle, constatavo che questa, coperta dalla neve, ha un aspetto diverso, e se non può dirsi bella, è meno triste del solito”. Romilda Del Pra, poetessa montanara, vedeva così, nel 1940, la sua terra natia, la Val Codera, una vallata laterale della Valchiavenna, in alta Lombardia.

Come ai tempi di Romilda, anche oggi nessuna carrozzabile arriva in Val Codera. La si raggiunge soltanto a piedi, percorrendo lunghe mulattiere. La vita della valle è stata plasmata dall’isolamento. Durante la Seconda guerra mondiale, le Aquile randagie, un gruppo di scout milanesi, la scelsero come nido, aiutando migliaia di perseguitati a rifugiarsi in Svizzera.

La distanza dal progresso iniziò a farsi insostenibile a partire dagli anni Cinquanta. Gradualmente Codera e le sue frazioni si svuotarono. I valligiani scesero in pianura, attratti dalle nuove fabbriche che promettevano stipendi sicuri, risalendo solo per il weekend, le ferie o la pensione. Oggi, solo dieci persone vivono a Codera tutto l’anno, ma la possibilità di lavorare in remoto, come accaduto durante la pandemia, potrebbe permettere di invertire la tendenza e ripopolare Codera di nuovi “montanari digitali”.

Simone Benazzo - Marco Carlone

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