La risurrezione passa dall'arte

L'impegno di Alfred, Zalfa e Lynn, giovani libanesi che si battono per la rinascita di Beirut, la loro città tanto amata e oggi così ferita

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C’era una volta la Beirut trasgressiva, liberale, la Parigi del Medio Oriente. Dopo la guerra civile, i conflitti regionali, l’ascesa delle milizie e, recentemente, la crisi economica, l’esplosione al porto e il Covid, i più se ne sono dimenticati. Ma questi eventi eccezionali, queste “fratture” della storia, come le definisce l’artista libanese Alfred Tarazi, “sono lo strumento per cercare nel passato l’identità di una città e costruire ponti con il suo presente, per un futuro tutto da ricostruire”. Alfred Tarazi, che ha scelto come laboratorio il quartiere armeno della città di Beirut, raccoglie nelle discariche, tra i rigattieri e i collezionisti, i materiali più improbabili dei ruggenti anni Settanta della città e ne sta già facendo materia per il suo prossimo progetto di arte.

Come lui, a Beirut c’è chi crede che la città risorgerà con la creatività e grazie ad essa. Come Zalfa al Habib e Lynn Mudallal, curatrici d’arte, che hanno aperto la “Pop Art Gallery” dove vendono pezzi d’arte a prezzi calmierati e sostengono un collettivo di artisti che fa della scelta di condivisione degli stessi spazi e delle stesse tele un esperimento sociale che si chiama “Sleeping with the enemy”. Entrambe hanno vissuto l’esperienza dell’esplosione al porto di un anno fa come uno shock, ma hanno scelto di non soccombere. “Beirut ti richiama sempre a sé e per questo ho lasciato New York”, dice Zalfa che ha deciso che, per fare le vittime, c’è sempre tempo, nella vita.

Laura Silvia Battaglia

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