L'attesa dei ticinesi "di" Berna

Generazioni a confronto, fra chi risiede da anni nella capitale, sullo sfondo della corsa di Cassis al Consiglio federale

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Pietro Gianinazzi ha 68 anni. Zeljko Djokic ne ha invece 30. Provengono, rispettivamente, da Cadempino e da Sala Capriasca. E pur appartenendo a due generazioni ben diverse, hanno alcuni tratti significativi in comune. Entrambi vivono infatti stabilmente nella capitale federale ed entrambi sono a capo di due associazioni italofone con sede a Berna: Pietro presiede l'ASDLI, un'organizzazione volta alla difesa e alla valorizzazione dell'italiano in Svizzera; Zeljko, che frequenta l'Università di Berna, è invece l'attuale presidente della STIB, l'associazione che riunisce gli studenti ticinesi iscritti all'ateneo.

Nello Celio (1914 - 1995) fu eletto in Consiglio federale nel 1966 e fu presidente della Confederazione nel 1972
Nello Celio (1914 - 1995) fu eletto in Consiglio federale nel 1966 e fu presidente della Confederazione nel 1972 (keystone)

La corsa al Consiglio federale si concluderà fra poche ore e potrebbe finalmente sancire il ritorno - con Ignazio Cassis - di un italofono nel collegio governativo. Come vivono quest'attesa quei ticinesi che, come Pietro e Zeljko, risiedono da anni proprio a Berna? L'interesse, va da sé, è senz'altro elevatissimo. Gianinazzi, che si insediò a Berna per lavoro nel lontano 1970, ha un ricordo sempre molto nitido sia della partecipazione al Governo di Nello Celio (1966 - 1973), che di quella di Flavio Cotti (1986 - 1999), i due ultimi consiglieri federali espressi dalla Svizzera italiana. Djokic, che è di origine serba e venne al mondo appena un anno dopo l'elezione di Cotti, ha di quest'ultimo ricordi essenzialmente mutuati dai racconti dei genitori. "Seguirò domani le votazioni a Palazzo federale con molto interesse, come, auspico, tutti i ticinesi residenti nel cantone", ci dice.

Flavio Cotti, eletto nel 1986, fu presidente della Confederazione a due riprese, nel 1991 e nel 1998
Flavio Cotti, eletto nel 1986, fu presidente della Confederazione a due riprese, nel 1991 e nel 1998 (keystone)

In tutti questi anni i rapporti fra la Svizzera italiana e la Berna federale non sono stati sempre facili. E in Ticino, privo da 18 anni di un proprio rappresentante nel Governo federale, si è certamente diffusa la tendenza a lamentare una distanza fra Berna e il cantone. Cosa ne pensa chi, ticinese a Berna, ha forse maturato una visione più distaccata delle cose? Pietro Gianinazzi non condivide affatto questa percezione. Per lui si tratta "più di una distanza mentale, che di una distanza effettiva. Secondo me non è vero che Berna non capisce il Ticino. E forse i ticinesi dovrebbero fare di più lo sforzo di capire maggiormente Berna...", sostiene.

"Diciamo che vivendo a Berna si ha una percezione diversa delle problematiche del Ticino", afferma da parte sua Djokic. "Si diviene consapevoli che non ci sono solo quelle, ma che la Confederazione è anche confrontata con problemi di altrettanta urgenza e gravità. Deve quindi fare una lista delle priorità".

"Il problema del Ticino, della Svizzera italiana, è che dovrebbero osare di più. Per anni il Ticino ha abituato all'idea di una regione che viene a Berna per chiedere, ma senza progettualità", ci dice Gianinazzi, facendo quindi un riferimento a quella che, secondo lui, è la mentalità dominante fra gli svizzeri tedeschi: "Loro hanno la caratteristica di apprezzare coloro che difendono le loro origini e le loro idee. Il Ticino, quindi, con progetti seri avrebbe tutto da chiedere". Il Ticino, in sostanza, è visto positivamente ma "onestamente parlando, non ha mai finora adoperato questo bonus di simpatia".

"C'è invece un po' questo 'ticinocentrismo'... Questa tendenza a dare sempre la colpa dei propri problemi a fattori esterni", osserva in proposito Djokic. Il Ticino, sostiene, dovrebbe invece seguire l'esempio di altri cantoni periferici: "Prendere in mano il proprio futuro, anziché dare spesso la colpa a qualcosa di esterno e lamentarsi  in questo senso".

L'interrogativo dominante: Ignazio Cassis, ce la farà?
L'interrogativo dominante: Ignazio Cassis, ce la farà?

Sia in Gianinazzi che in Djokic, insomma, l'affetto e il legame per le radici non si accompagnano decisamente a recriminazioni di maniera, per quanto diffuse nel proprio cantone. Entrambi, tuttavia, sottolineano l'importanza della presenza della Svizzera italiana in Consiglio federale. "Ritengo che sia molto rilevante per diversi fattori: quello linguistico e quello legato alla dialettica in seno al Governo". C'è poi la questione dei rapporti con l'Italia e dei relativi problemi: "Negli ultimi anni vari consiglieri federali sono andati a Roma... parlando inglese;  il che non è certo ottimale. Un consigliere federale di lingua italiana offrirebbe invece un vantaggio che per ora non c'è", rileva in questo senso Gianinazzi.

"Sicuramente un consigliere federale ticinese non potrà occuparsi esclusivamente dei problemi del Ticino.. Dovrà occuparsi dei problemi di tutta la Svizzera, e quindi anche del Ticino. Potrebbe però apportare quel tipo di sensibilità che solo un ministro ticinese può avere. Avvicinare il Consiglio federale alle problematiche del Ticino e sensibilizzarlo in questo senso", ritiene da parte sua Djokic.

Ed è con questi auspici che i nostri interlocutori si apprestano a seguire la mattinata che, dopo quasi un ventennio, potrebbe riportare la Svizzera italiana nel Governo del paese.

Alex Ricordi

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