Le foglie d'oro che ornano Venezia

Storia di un'arte antica, giunta in laguna da Bisanzio, che Marino Menegazzo sta perpetuando, ma che sembra destinata a scomparire

Venezia, in questi giorni ha fatto notizia e con lei le numerose opere d'arte che acqua e salsedine hanno ampiamente compromesso. Mosaici di San Marco compresi.

 

C'è, nel cuore di Venezia - a Cannaregio, nel palazzo in cui ha vissuto Tiziano Vecellio - una bottega in cui si lavora l’oro con una tecnica antica. Marino Menegazzo, della Mario Berta Battiloro, lavora ogni giorno la foglia d’oro assottigliandola con colpi di martello. È una lavorazione che ha origini lontane nel tempo. L’arte del battiloro è arrivata a Venezia da Bisanzio intorno all’anno 1000 ma era già conosciuta in Egitto.

L’oro viene lavorato con martelli pesanti, dai 3 agli 8 kg a seconda del tipo di spessore cui si vuole portare la foglia. “Per raggiungere un certo spessore devo colpire l’oro con circa 30'000 colpi di martello, tenendo il conto a mente e osservando la foglia d’oro in controluce per capire a che punto sono arrivato, che peso ho raggiunto” racconta Marino Menegazzo, l’ultimo battiloro della laguna.

A Venezia la Mario Berta Battiloro porta avanti da decenni questa antica arte continuando a lavorare nella bottega di famiglia che aprì nel 1926. Tutto il processo di produzione della foglia d’oro è manuale. Dalla fusione alla battitura fino al taglio e conservazione delle foglie d’oro, la tecnica usata è quella storica, tramandata di generazione in generazione. Oggi le foglie d’oro vengono destinate alla decorazione artistica come è avvenuto per la Madonnina del Duomo di Milano o l’angelo sul campanile di San Marco, alla cosmesi e al settore alimentare.

La figura del battiloro è tuttavia a rischio. Marino Menegazzo è l’ultimo e non ha trovato nessuno che voglia proseguire questo mestiere antico e padroneggiarne a fondo le tecniche e i segreti.

Valerio Maggio

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