Lo spillover degli insulti

"Parolaccia" e "calunnia" da ingredienti consueti del parlato quotidiano a elementi della comunicazione di massa fondata sulla denigrazione

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I “V” day di Beppe Grillo, il catalogo degli insultati da Trump aggiornato dal New York Times, l’hate-speech razzista, omofobo e sessista sempre più frequente sui social e nel linguaggio di anchorman o di rappresentanti politici.

Gli insulti rappresentano da sempre il lato oscuro del linguaggio. Le neuroscienze ci insegnano che imprecazioni, turpiloquio e insulti sono fenomeni linguistici che compaiono molto presto in fase di età dello sviluppo e permangono anche quando le funzioni cognitive tendono a decadere in tarda età.

Questo fa pensare che giochino un’importante funzione nel nostro stare al mondo ad esempio nella ritualizzazione dei conflitti. Tuttavia l’uso di espressioni denigratorie sembra aver compiuto uno spillover, da ingrediente consueto del parlato quotidiano a elemento costitutivo della comunicazione di massa.

Davvero siamo immersi nell’età dell’insulto? RsiNews ha cercato di scoprirlo prima andando a Genova - dove insegna Filippo Domaneschi, docente di teoria del linguaggio e autore di “Insultare gli altri” appena uscito per Einaudi – e poi incontrando Alessia Gasparini, esperta di relazioni internazionali e autrice del podcast The Union dedicato alle elezioni e alla politica statunitense.

Checchino Antonini - Massimo Lauria

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