(©Jonas Marti)

Palestinesi che sognano l’Europa

Viaggio nel cuore di Shatila, campo profughi libanese, dove dopo 70 anni il ritorno in Palestina appare come un miraggio e molti rifugiati guardano all’Occidente.

Il consigliere federale Ignazio Cassis in Giordania
Il consigliere federale Ignazio Cassis in Giordania (©Keystone)

Continuano a fare discutere le parole del Consigliere federale Ignazio Cassis sull’UNRWA, l’Agenzia ONU per il soccorso dei profughi palestinesi. A metà maggio il ministro degli esteri svizzero l’aveva definita un “ostacolo alla pace” perché manterrebbe viva, negli oltre 5 milioni di rifugiati sparsi per il Medio Oriente, la speranza di un ritorno in un futuro Stato palestinese. Tra i 59 campi profughi gestiti dall’UNRWA (e finanziati anche dalla Confederazione con circa 20 milioni di franchi all’anno) c’è anche Shatila, nella periferia di Beirut in Libano. Ma nonostante i fondi internazionali, le condizioni di vita rimangono precarie. E molti palestinesi vogliono emigrare in Europa.

L'altra storia

C’è una cupola d’oro che risplende ovunque tra i grigi vicoli di Shatila. È dipinta sull’intonaco bianco dei muri sgarrupati, è appiccicata sulle insegne dei negozi, è stampata sugli striscioni di plastica lucida avvinghiati ai cavi sospesi. È impossibile percorrere più di venti metri senza incapparci: la sua presenza aleggia in tutto il campo, come un marchio impresso ad ogni crocicchio sulla vita di chi ci abita. È la Cupola della Roccia di Gerusalemme. Luogo più che santo per ogni palestinese, anelito verso la terra perduta e simbolo di una resistenza che dura da decenni. Ma che oggi, almeno qui, sembra aver perso il suo afflato.

“A Gaza i palestinesi combattono per la loro terra. Qui a Shatila noi invece combattiamo per andare in Europa”, riassume un anziano seduto in penombra, stretto in una polo rossa con un leone nero cucito sul petto. Come dire: non è più tempo di sognare il Ritorno e di lottare contro l’oppressione. Dopo settanta anni trascorsi in esilio, lontani dalla madrepatria, oggi bisogna guardare in faccia alla realtà, dimenticare la causa e cercare di costruirsi una vita.

Ma a Shatila le condizioni sono molto difficili. Costruito nel 1949 per ospitare i palestinesi in fuga dalla guerra di indipendenza israeliana, oggi il campo ospita ventiduemila persone in poco più di un chilometro quadrato. E le condiziono sanitarie sono, secondo l’UNRWA, “estremamente precarie”. Ma non è tutto. In Libano i rifugiati palestinesi non godono degli stessi diritti dei libanesi: per fare un esempio non possono esercitare alcune professioni, come l’ingegnere, il medico o l’avvocato.

In Europa qualcuno a provato ad andarci. Ma non è andata bene. “Dopo tre anni in Danimarca hanno respinto la mia richiesta di asilo. Mi hanno detto che casa mia era sicura, e che dovevo andarmene”, dice Jalaal, un uomo sulla cinquantina. “La mia casa è la Palestina, ho detto loro. Ma non hanno voluto saperne, mi hanno detto che la mia casa è il Libano, ed eccomi di nuovo qua.”

Una Palestina fuori dalla Palestina è Shatila. Nonostante la consapevolezza di non poterci mai più tornare - e anzi forse proprio per questo - l’identità palestinese è molto forte. A quasi ogni finestra c’è una bandiera, su quasi ogni parete uno slogan, un manifesto, una foto di Yasser Arafat. Quel che accade oltre il confine meridionale, nei Territori palestinesi, è sulle bocche di tutti. “Cosa penso di quel che stanno facendo gli Stati Uniti? Fare la pace con i lupi è impossibile”, racconta ancora l’anziano signore con la maglietta rossa. “E Trump non è nemmeno un lupo... è un cane.”

Jonas Marti

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