Un traliccio elettrico distrutto dall'uragano (Emiliano Bos/RSI)

Porto Rico, un uragano "sociale"

A oltre due mesi dal passaggio di “Maria”, oltre la metà della popolazione non ha ancora l’energia elettrica. Migliaia verso gli USA

mercoledì 29/11/17 16:58 - ultimo aggiornamento: martedì 05/12/17 18:54

I pesci volanti rimbalzano leggeri a filo d’acqua. Disegnano traiettorie oblique sulle onde di cobalto di questo oceano da favola. Il traghetto semivuoto salpa dalla piccola isola portoricana di Vieques per fare ritorno a Fajardo, sulla costa est di Porto Rico. A bordo, quasi tutti sono tecnici che rientrano dopo una giornata di lavoro per rimettere in piedi – dove possibile – la rete elettrica.

Tra loro c’è il signor Glenn, un ingegnere di Houston. Il primo devastante uragano di questa stagione – “Harvey” – ha messo in ginocchio la sua città. Poi il passaggio di “Irma”, in Florida. “Ma in entrambi i casi i soccorsi e le squadre di tecnici sono arrivati via terra. Qui siamo in mezzo al mare: è un disastro che non ho mai visto in vita mia”. Tutto il sistema elettrico di Porto Rico è stato distrutto dall’uragano Maria lo scorso 20 settembre. “Quando sono arrivato qui c’era tutto buio”.

 

Decine di località sono tutt’ora avvolte dalle tenebre dopo il tramonto. Quasi 50'000 pali della luce necessitano interventi di riparazione o sostituzione (3'000 finora quelli rimessi in funzione). E poi circa 10'000 chilometri di cavi elettrici. Ci vorranno un paio d’anni per ripristinare tutto, secondo l’ingegnere. Lavora per un’azienda che ha ricevuto un appalto dalla Fema, l’agenzia federale per le emergenze di Washington che abbiamo ripetutamente interpellato. Malgrado insistenti richieste di interviste via mail e via telefono, non è stato possibile rivolgere domande ai suoi dirigenti. Quando tornerà del tutto la luce a Porto Rico? Quando verranno garantite energia ed acqua corrente a tutti i 3,4 milioni di abitanti? Domande rimaste per ora senza risposta. Le informazioni fornite dell’ingegner Glenn sono utili per capire. Migliaia di generatori in strutture come scuole e ospedali – spiega – devono essere riparati. Ma le aziende locali che fanno manutenzione qui sono chiuse, o senza materiale, o comunque senza energia elettrica. “È un circolo vizioso” è l’amara constatazione del signor Glenn mentre il traghetto attracca al piccolo molo turistico di Fajardo. Di turisti – malgrado la festività di Thanksgiving – non c’è traccia.

Al buio sulle montagne

Dal porto, bisogna arrivare sulla statale numero 3 per trovare insegne luminose e qualche negozio aperto. Avvicinandosi alla capitale San Juan ecco i soliti “mall”, i grandi magazzini uguali dappertutto negli States. Piccoli barlumi di normalità. “Dopo l’uragano vero e proprio ne è arrivato un altro, un uragano sociale: la gente è senza lavoro, ci sono rischi per la salute e moltissimi sono emigrati per raggiungere parenti o conoscenti in diverse zone degli Stati Uniti”, dice Elvia Mendelez. Insegna biologia ambientale all’Università di Rio Piedras, a San Juan. “Tra i nostri studenti, già un migliaio hanno deciso di abbandonare l’isola”. Su un computer mostra le mappe del disastro idrogeologico accaduto sulle alture di Porto Rico, nella zona centrale. “L’uragano ha provocato fino a 25 slavine di fango per chilometro quadrato”, spiega la docente.

Andiamo in una di queste località: Morovis, 33'000 abitanti che dipendono dalla distribuzione quotidiana di pasti e di bottiglie d’acqua “Nessuno ha corrente elettrica né acqua corrente” ci dice la sindaca Carmen Maldonado. Chiede più aiuti, dice di sentirsi abbandonata dalle autorità federali.

Nel suo comune, la località di San Lorenzo è isolata. L’unico ponte è stato spazzato via da un’esondazione. Per raggiungere questo “barrio” ci sono due alternative. Una lunga deviazione sulle colline rigogliose incendiate da una luce magica nel tardo pomeriggio, su una strada poco sicura. O un guado nel fiume. Scegliamo la seconda.

 

La foresta-laboratorio

Dalle montagne di Morovis scendiamo verso la capitale San Juan prima di inoltrarci ancora tra i boschi. Anzi, in una foresta tropicale, l’unica degli Stati Uniti. Sì, Porto Rico ne fa parte come “territorio non incorporato” dalla fine dell’Ottocento. Non vota per il presidente, ma elegge un suo delegato al Congresso. Qualche mese fa il 97% degli elettori ha chiesto di diventare il 51° stato degli USA. Ma solo 1 elettore su 5 ha votato. Porterebbero in dote – tra l’altro – un fardello di debito da oltre 80 miliardi di dollari, una bancarotta dovuta in gran parte a una sistematica corruzione locale. Per questo il Congresso non vede di buon occhio l’anelito unionista di questa ex-colonia spagnola. Però a Washington c’è qualcuno che invece tiene gli occhi su un esperimento senza precedenti in corso a Porto Rico. Il Dipartimento dell’agricoltura controlla la Foresta Tropicale “El Yunque”. È lì che un team guidato dalla biologa Tana Wood sta “surriscaldando” artificialmente la foresta per studiare gli effetti del cambiamento climatico.

 

Un polmone affaticato?

È tutta questione di equilibri: quanta CO2 può assorbire la foresta e quanta ne emette, spiega l’esperta mentre toglie un caschetto protettivo e s’infila il camice in un piccolo laboratorio. L’uragano Maria ha dispiegato la sua potenza di venti furiosi rovesciando secchiate di pioggia ovunque a Porto Rico. El Yunque non è stato risparmiato. “Appena dopo il passaggio di Maria sembrava all’improvviso di essere passati dall’estate tropicale all’inverno della Pennsylvania: non c’erano foglie” ci racconta Tana Wood. Ora stanno ricrescendo. La foresta luccica di una moltitudine di tonalità di verde, una tavolozza dalle varianti infinite. Questo esperimento era in corso già da un anno. “Dopo l’uragano la nostra ricerca ha in parte cambiato forma, ma resta di assoluto interesse”. Qui si tratta di capire insomma se e quanto i “polmoni del mondo” – le foreste tropicali – siano in grado di continuare ad assorbire le emissioni di anidride carbonica con l’aumento delle temperature. Le foreste come “El Yunque” qui a Porto Rico, scambiano CO2 con l’atmosfera più di qualunque altro ecosistema, aggiunge l’esperta. Che mostra alcuni campioni di terriccio prelevati prima della tempesta. Sa che ci vorrà tempo per ottenere risultati utili alla scienza. Ma le conoscenze sull’impatto reale del “climate change” potrebbero arrivare proprio da qui. Ci vuole pazienza. Però qui a Porto Rico c’è chi ormai non ne ha più. “Gli aiuti arrivano troppo lentamente, dopo due mesi siamo stanchi” ci aveva detto una signora anziana a Morovis, con i teli blu al posto del tetto della casa scoperchiato dall’uragano. “Siamo senza speranza” dice il tassista che guida verso l’aeroporto. Il volo per Washington decolla di sera. Dal finestrino, Porto Rico è una macchia nera punteggiata di luci ancora tremolanti. Qui non serve il passaporto. Già, questi sono Stati Uniti.

Emiliano Bos

 

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